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martedì 25 settembre 2012

Typewriter #7: Itaila's Novel





Affezionati lettori di Bookcret,
continua la pubblicazione del libro intitolato: "Non c'è niente di cui aver paura, è solo amore".
Se desiderate leggere il:
I Capitolo, schiacciate QUI
II Capitolo, schiacciate QUI
III Capitolo, schiacciate QUI

Buona lettura a tutti/e


IV Capitolo

Erano le nove e dieci quando il professor Leanderson, l'odiato insegnante di svedese, entrò in classe.

"La davamo per disperso, signor Leandeson..."

cominciò a punzecchiarlo Emil, il più sfacciato della classe. "Come hai detto Sjöberg?"

Il vecchio aveva l'aria arrabbiata dalla mattina, si era svegliato male ed era pronto a sputare peste e corna contro i mondo, come ogni sacrosanta mattina.

"Andiamo signor Leanderson, era una battuta!"

Rickard intervenne a favore del compagno,ma poi si stoppò temendo di mandare tutta la classe da quel babbuino del preside.

"Non era una battuta divertente."

Il professore era proprio arrabbiato quel giorno, e come biasimarlo? Vivere da più di quarant' anni tutto solo in quell'enorme casa vuota in periferia, vicino a Göteborg, con il suo inseparabile cane Pontus.

"Ragazzi, oggi siete pregati di comprendermi, è morto il mio vecchio cane, tra poco avrebbe compiuto dodici anni e l'ho allevato fin da cucciolo, quindi è stato un brutto colpo per me e potete aiutarmi stando calmi ed ascoltando la lezione senza vernecchiare come ragazzine nei negozi, per favore."

Come non detto, senza Pontus.

"Ho bisogno di firmare dei documenti, intanto voi fate gli esercizi 23 e 24 a pagina 225, sul verbo 'lägga till', avete due coniugazoni, dovete scegliere quella giusta e coniugarla al riflessivo. Non è difficile, quindi se non sapete farlo o avete qualche dubbio...tenetevelo per voi."

Ecco il suo umorismo fantastico. E il bello è che lui crede per davvero che gli altri lo trovino divertente! O forse è solo autocommiserazione. L'insegnante uscì con un aria che era un misto tra sofferenza, solitudine, sfacciataggine e rassegnazione. Quasi nessuno dei ragazzi fece caso al suo volto triste, e chi ci fece caso provò solo solievo, quel vecchio allocco che punisce i ragazzi deve soffrire!

"Perchè non se lo mangia il cadavere del suo cane pulcioso, signor Leanderson?? "

Sven-Åke, quello bocciato due volte in svedese, non perse l'occasione per sbeffeggiarlo, appena fu sicuro che l'uomo si fosse allontanato abbastanza da non sentirlo.

"Lukas..."

Andrès doveva parlargli, e l'unico modo era sedersi accanto a lui, nel banco in fondo, accanto a termosifone.

"Lukas!"

Ma a che pensava di tanto importante da non riuscire a sentirlo?

"Lukas, ti chiama Andrès, rispondigli e non farmelo più sentir borbottare!"

Seth, il compagno di banco di Andrès, non aveva paura di alzare la voce più del consentito, perchè tanto aveva voti da far schifo in tutte le materie e non aveva niente da rimetterci. Lukas scostò veloce lo sguardo da Seth, a suo parere antipatico come la morte, per spostarlo in direzione di Andrès.

"Chiedi al professore di metterti accanto a me? Ti devo parlare..."

Lukas avrebbe voluto, avrebbe voluto tantissimo, ma per non far notare il rossore sulle guance venutosi a creare dopo che il compagno gli aveva rivolto la parola, cambiò discorso

"Ma oggi è furioso, non ne vale la pena perchè tanto dice di no...gli è morto pure il cane...non me lo puoi dire all'intervallo?"

Andrès notò subito il cambiamento nel volto di Lukas. Un po' lo sapeva di piacergli, lo aveva intuito da diverse piccole cose, quasi impercettibili, ma chiare. Solo che sapeva bene che Lukas interessava a tante ragazze e non voleva illudersi del fatto che a lui potessero interessare i maschi. In fondo ci sperava però. Andrès aveva preso varie cotte, una in particolare per una ragazza brasiliana di un anno più grande di lui. Durò abbastanza, ma lei aveva già un fidanzato e poi il trasferimento in Svezia di lui avrebbe rovinato tutto, così non si fidanzarono mai. Andrès una notte non era riuscito a dormire, e ,tramite una fitta rete di fili di pensieri, era arrivato a pensare a Lukas. Poteve essere che era interessato ai ragazzi? Magari no, ma se fosse stato così,sarebbe stato bello. Ad Andrès piacevano le ragazze, e si trovò un po' spaventato da quel pensiero. Riuscì ad essere sincero con se stesso fino ad ammettere che aveva preso una sbandata per Lukas. Ma non lo disse mai a nessuno, e non intendeva farlo.

"Andrès?"
destato dai suoi pensieri, il ragazzo alzò la testa. "Si...si, te lo dico all'intervallo." Non era quello che voleva, ma fu tutto ciò che riuscì a dire. Lukas intanto era divenuto ancora più rosso in volto, sarebbe stato un dramma se qualcuno se ne fosse accorto...cercò disperatamente qualcosa a cui rivolgere la sua attenzione per far sbollentare il viso. Si girò verso la finestra alla sua destra... trovato! "Nevica!" disse, e fu come se avesse spinto un pulsante di autoscatto per far saltare in piedi tutta la classe.

"Tutto questo è inammissibile! Vi chiedo un po' di comprensione e voi che fate? Uscite dalla classe senza il mio permesso per far sapere al resto dell' Istituto che nevica? Lo sapete che cosa ho deciso? Che da oggi non sarete più lasciati soli, perchè avete dimostrato di essere proprio immaturi! Io sono andato a fare il mio dovere, non il mio piacere!" Prevedibile. Il professor Leanderson era rientrato in classe pochi minuti dopo, aveva trovato tutti i ragazzi alzati ed alcuni non erano nemmeno in classe. Si era arrabbiato tantissimo. Sicuramente avrebbe fatto rapporto al preside. Il babbuino. Il preside era un ex insegnante di matematica e si chiamava Kaj Ek, ma gli studenti lo chiamavano babbuino perchè aveva le labbra carnose e sporgenti. Puniva severamente perchè nella vita era infelice, questo si capiva. Da quando sua moglie Una era morta, sei anni prima, lo aveva lasciato solo e senza prole, così, come molti degli insegnanti dell' Istituto Scientifico maschile Alfred Nobel , si sentiva realizzato essendo duro con i ragazzi. E cco perchè tutti temevano il sessantenne baffuto che sedeva dietro la scrivania in mogano. Ed ora la classe I° F era nei guai, sottoposta al suo giudizio. L'intervallo suonò e, stranamente, il professor Linderson non aveva costretto i ragazzi a stare seduti a "riflettere sul loro comportamento", some sovente usava fare dopo una marachella da parte dei suoi alunni, forse perchè quel giorno era troppo triste. Pian piano la classe si svuotò, gli studenti si riversarono nei corridoi dell' Alfred Nobel lasciando l'uomo a firmare le sue carte dietro la cattedra.

"Andrès! Grande, abbiamo praticamente saltato la lezione di svedese...puoi...puoi dirmi quello che vuoi adesso, ti ascolto."

Lukas vinse il batticuore e guardò negli occhi Andrès.

"Si, proprio forte...Lukas, mi tieni compagnia questo pomeriggio?" Il giovane brasiliano si infilò le mani nelle tasche profonde del giachino marrone. "Oh Andrès, mi piacerebbe ma non posso restare oggi, ho dimenticato il pranzo a casa, devo tornare." Andrès aveva le lacrime agli occhi, si vergognava, si vergognava terribilmente, ma doveva. "Lukas mi ospiterà per oggi, sono sicuro, lui è così buono e sua mamma è molto disponibile, è solo e soltanto per oggi, poi mi arrangerò." pensava.

"Andrès? Ti senti bene? Che cos'hai oggi, sei tanto strano...non vorrei che"

"Lukas," lo interruppe "Posso venire a pranzo a casa tua oggi?? E' solo per oggi, promesso, poi mi trovo qualcos'altro, io non ti voglio disturbare, nè te nè Laura, solo che davver non so dove andare, sono disperato e poi mi..."

"Che cosa?...'Ti' cosa?"

" Non mi ricordo come si dice in svedese. "

" Andrès, stai piangendo, vero?"

" Scusami, veramente. Ti voglio tanto bene."

L'abbraccio che seguì fu uno dei più teneri di tutta quell'amicizia.

" Uuuh, lo svedese più sfigato della storia si fa abbracciare dal sud americano da quattro soldi, perchè non ce l'hai detto prima che eri gay, Lukas?"

Lukas divenne viola in viso, tanta era la vergogna. Cosa avrebbe potuto rispondere? Quella era la verità.

"Dai Jhoan, si vede che non ce l'hai mai avuto un amico."

Rimandò Andrès, più colorito di Lukas, al compagno della II° C.

Allontanatosi Jhoan, i due tornarono, rossi in viso, al loro discorso, stando bene attenti a non incrociare l'uno lo sguado dell'altro.

" Io chiamo mia mamma, di sicuro potrà cucinare qualcosa anche per te."

"Sei gentilissimo Lukas, ti ringrazio con tutto il mio cuore. Ti prometto che è solo per oggi."

" Sai che a casa mia sei sempre il benvenuto."

Si scambiarono un sorriso timidissimo, poi Lukas accese il cellulare. Le parole che Andrès riuscì a sentire furono solo

"Ciao; si sono io; senti Andrès può mangiare a casa nostra? Sembra importante...non lo so, non mi sono permesso. Vabbè, si, le Kotbullar gli piacciono, Ciao mamma, è quasi finito l'intervallo."
Lukas era stato gentilisimo, ed ora si sentiva in debito con lui. Doveva dirgli il perchè di quella richiesta improvvisa d'aiuto, ma temeva che dopo tutto sarebbe cambiato.

mercoledì 12 settembre 2012

Typewriter #6: Italia's Novel





Affezionati lettori di Bookcret,
continua la pubblicazione del libro intitolato: "Non c'è niente di cui aver paura, è solo amore". 
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Buona lettura a tutti/e


III Capitolo

Lukas entrò sul bus 'Stoccolma est-Centro città' sfregando le suole delle scarpe da tennis nere e viola sulla pavimentazione di plastica senza alzare troppo le ginocchia, proprio come sua madre gli ripeteva sempre di non fare, fregandosene altamente del galateo e delle suole che poi si rovinavano, perché tanto lei non c'era.

"Maledizione"

pensò in silenzio una volta arrivato al primo posto libero

"Come al solito è tardi e ho dimenticato il pranzo! Ma come sei sveglio Lukas, eh? E adesso? Niente pranzo, non ho nemmeno una Corona."

In effetti era vero, niente soldi, niente di niente. Sperò almeno che qualche suo compagno, magari il vicino di banco John avesse qualcosa da fargli assaggiare, almeno per arrivare alle due senza crampi allo stomaco. Un flash back attraversò la mente del ragazzo; la sua memoria lo riportò, suo malgrado, a tre anni prima quando lui aveva quasi 11 anni, ma di mangiare non ne voleva proprio sapere, mai. I suoi genitori erano ancora sposati a quel tempo, ma non erano felici, anzi, erano più infelici che mai. Suo padre lo picchiava per ogni minima cosa, e sua madre non aveva un briciolo di forza per denunciarlo, temeva per lei e per Lukas, così tutto qullo che poteva fare era mettersi in mezzo, per tentare di evitare che Aken gli gonfiasse il viso e i polpacci, ma tutto quello che otteneva erano botte anche su di lei. Lukas aveva tentato in tutti i modi di allontanare il padre da casa, ma poi aveva erroneamente creduto che quello fuori posto non fosse il padre, ma lui. Provò in tutti i modi a non pesare sui genitori, ma niente, niente di niente era abbastanza, così pensò di riuscire a sparire, e se non poteva pesare poco umanamente parlando, poteva pesare poco materialmente parlando. Per i primi tempi fu semplice, quando era a scuola diceva di aver mangiato a casa e quando era a casa diceva di aver mangiato a scuola. Questa scusa però non durò abbastanza, sua madre si accorse che era dimagrito troppo e lo aveva portato dal pediatra, ma non era leggero come voleva lui. Voleva essere tanto leggero da non piegare il materasso sotto il suo peso, ma era inutile; ci provava e riprovava tutte le sere, andava su e giù per il letto della sua cameretta e si fissava i piedi. Il materasso si piegava sempre un po', e questo era insopportabile,esattamente com'era insopportabile il pediatra che lo aveva sottoposto a quella stupida dieta ingrassante. Doveva esserci un modo, ne era sicuro. Lo trovò due settimane dopo l'inizio della dieta, quando ormai aveva già riassimilato un chilo. Il modo era semplice, lo aveva letto una volta a scuola su una lettura che riguardava i disturbi alimentari. La gente affetta da questo genere di malattia mangia e subito dopo vomita, così che il nutrimento non ha il tempo di entrare in circolo nell'organismo.

"Lo posso fare anch'io"

queste parole pronunciate a voce alta in un giorno di Novembre, inginocchiato davanti al WC di casa sua gli avevano rovinato l'infanzia. Bulimia nervosa, prima questo termine neanche lo conosceva, e la sua vita era migliore. L'unica cosa che aveva ottenuto era che suo padre era andato completamente fuori di testa e un giorno lo aveva quasi ammazzato con un bicchiere da vino, così i suoi si erano separati. Questa era una cosa buona, ma Lukas si odiava quando pensava che molto ma molto probabilmente sarebbe successo anche senza il calvario e le sofferenze che aveva portato a tutti quelli che lo amavano ed al suo povero stomaco. Lukas si alzò dal sedile foderato di blu con uno scatto, e si accose troppo tardi che era sembrato un pazzo egli altri passeggeri, così si guardò in torno e cercò, cercò un pretesto per poter dire

"Non sono pazzo, tantomeno stavo pensando alla mia malattia, l'ho fatto perchè c'era un motivo"
la prima occasione gli si presentò un paio di secondi dopo, quando vide una donna sulla trentina, con una treccia nera ed un pancione enorme impacchettato in una maglia bianca con un fiocco turchese ricamento sopra. La fissò, e, con un sorriso più forzato che mai, le fece cenno che le stava cedendo il posto. La donna ringraziò calorosamente con un accento espanico, ma non face attempo a finire la frase che Lukas non c'era già più, era corso al secondo piano del bus e aveva chiesto un compasso a Connie, il ragazzo della sesta D dell'Istituto Letterario. "Non ho finito i compiti di geometria"

era stata la scusa banale. Appena il ragazzo gli porse l'oggetto, Lukas si difilò nella toilette di servizio, una di quelle che stanno nelle rulotte. Non riusciva ad aprire la confezione di platstica dove era riposto con cura il compasso e quando finalmente ci riuscì lo girò tra le dita, con le mani che gli tremavano, afferrò con impazienza la punta in ferro dell'arnese argentato e se la conficcò nell'indice della mano sinistra. Così si sentì vivo. Sentì il dolore e pensò che era guarito, che era tutto apposto. Poi ripensò a quello che faceva dopo ogni lezione di storia, si odiò e spinse la punta ancora un po' più a fondo.

Lukas estrasse la punta accuminata del compasso dal dito trattenendo un gemito di dolore. Osservò con soddisfazione la perla di sangue posata aggraziatamente sul dito indice. Afferrò il rotolo di carta appoggiato sul lavandino a riserva ormai quasi vuota e ne staccò due pezzi, uno per il suo dito e l'altro per il compasso di Connie. Non doveva assolutamente notare il sangue, non doveva restare niente, non un leggerissimo segno, niente. Ripose con cura il compasso nella custodia in plastica trasparente e lo riportò al compagno, facendo molta attenzione a non destare sospetti.

"Emh...grazie. Ma tu ti sei...insomma, ti sei fatto male?" chiese Connie fissandolo.

"...No, assolutamente no, perchè me lo chiedi?" Lukas non si aspettava quella domanda, lo aveva preso in contropiede...Eppure aveva pulito tutto perfettamente...Arrivato alla sua fermata abbassò il viso per afferrare la cerniera del giaccone, e capì. Una macchia di sangue imbrattava la divisa bianca e blu della scuola, e come se non bastasse la chiazza rossa era proprio sulla scritta 'Alfred Nobel'...Se ne stava lì, tanto irritante quanto viva a sbeffeggiarlo, a prendersi gioco di lui perchè non era nemmeno capace di farsi del male come si deve. Si abbottonò la pesante giacca nera fino al collo, così nessuno poteva vedere quanto era imbranato, almeno per un po', fino all'arivo a scuola. Appena mise piede nell'enorme giardino, non perse tempo, non si fermò come tutti i giorni a chiacchierare con i ragazzi dell' Istituto Letterario o con i suoi compagni di classe, si difilò immediatamente nel primo bagno disponibile, sempre quello con la scritta "Cesso" al posto di "Toilette", tanto lontano dal primo piano che se ti scappa la pipì muori sulle scale prima di arrivarci. Prese il lembo della camicia e lo sfregò con la mano, che intanto passava continuamente sotto l'acqua fredda. "Dài, dài...ma si può sapere che cosa ho fatto io nella vita? Non me ne va giusta una! Se mi vede il professore di svedese mi ammazza per aver sporcato la divisa...e a mamma che racconto? Perchè è sporca di sangue? Mi sono punto...Involontariamente mi sono fatto male con qualcosa. Ecco."

Mentre pensava ad una scusa ragionevole si accorse che poteva andare, la macchia eta talmente sbiadita da non vedersi quasi. Entrato in classe si sistemò sul banco, tra i saluti e le pacche dei compagni già arrivati. Più che sistemarsi lanciò lo zaino azzurro sul banco e se ne andò in corridoio, uno dei tanti corridoi che serpaggiavano lungo l'edificio, per mischiarsi con i compagni. Lo cercò con lo sguardo, una testa mora fra tante teste bionde e castano chiaro. Lo vide vicino alla porta di ingresso, il cuore gli batteva velocissimo, come ogni mattina.

"Andrès" lo chiamò, e questo si girò con il solito sguardo gioioso. Sembrava che non avesse mai problemi quel ragazzo, invece ne aveva, e molti, come avrebbe scoperto in seguito.

"Hei! Lukas! ¿Cómo está usted?"
"Estoy bien, muchas gracias!" I due ragazzi risero. Andrès veniva dal Brasile, e Lukas aveva imparato quelle due frasi in spagolo, per sentirsi un po' più vicino a lui. Era completamente cotto, ogni volta che si sentiva triste pensava al suo viso scuro e si rallegrava, perchè ogni volta gli veniva in mente che, anche se in modo diverso, erano molto più scuri i visi della gente svedese. Tra i due c'era un feeling speciale, un' intesa rara da trovare tra due ragazzi di quell'età. Lukas ed Andrès non si vergognavano,non avevano paura di quello che avrebbero potuto pensare gli altri . Si rifugiavano l'uno tra le braccia dell'altro quando ne avevano bisogno, un po' come de fidanzatini, ma questo era molto diverso...Era più puro, vero e speciale




venerdì 7 settembre 2012

Tipewriter #5: Italia's Novel





Affezionati lettori di Bookcret,
continua la pubblicazione del libro intitolato: "Non c'è niente di cui aver paura, è solo amore".
Se desiderate leggere il I Capitolo, schiacciate QUI.
Buona lettura a tutti/e


II Capitolo

Un bacio sulla guancia, una carezza tra i capelli, un altro bacio, ma questa volta sulla fronte candida. Il risveglio mattutino del giovane Lukas sicuramente non è brusco ed insulso come qualcuno,o meglio, la maggior parte di voi si sarà aspettata, ma dolce,tenero e pacato come quasi tutti sognano. E' la sua mamma che lo sveglia, questa come ogni mattina da tredici anni a questa parte dolcemente e con amore, tantissimo amore e grazia, una cosa buona che accompagna Lukas in questo cammino tortuoso e difficile dell'adolescenza. Mamma Laura adora il suo "bambino", e quando qualcuno le ricorda che non è più un bambino ma un ragazzo, lei sente un prurito al cuore, una fitta allo stomaco che nessuna medicina può calmare e per un po' stramaledice il tempo che passa, che le sta portando via quel bimbo biondo che ha portato per otto mesi e mezzo sotto il suo cuore e che ha reso la sua vita un capolavoro, anche se con qualche difficoltà. Con il tempo, specialmente dopo il divorzio di Laura con l'ex marito Aken , il rapporto tra la donna e suo figlio era sempre più migliorato, creando tra i due una complicità che gli permette di capirsi con un solo sguardo o un gesto appena accennato del viso. Quando Lukas nacque, dai primi giorni di vita fino al nono anno di età tutti i parenti credevano che fosse uguale a Laura, e non perdevano occasione per farglielo notare; "Oh cielo, ma voi due siete uguali!"

"Oh Gesù, due gocce d'acqua!"

"Ragazzino, sai di essere identico a tua madre, vero? " Tutto questo faceva felice Laura, la riempiva d'orgoglio. Ora però le cose erano cambiate; Laura era invecchiata e Lukas aveva assunto tratti e lineamenti decisamente più mascolini e, mentre i capelli della donna si erano scuriti negli ultimi anni, diventando biondo cenere, quelli del figlio erano sempre più chiari, biondo platino tendente al biancastro, che lui personalmente odiava.

"Zucchero, sei sveglio??"

"Mamma?? Mmmmh...un po'"

Laura sorride "Che significa un po'?"

Attende qualche secondo

"Ti prego, mi sono addormentato un quarto d'ora fa..."

La donna aggrotta la fronte e tira la testa leggermente indietro e, senza capire, da un altro bacio sulla guancia bianca di Lukas.

"Devi andare a scuola."

Concluse, scostando il cuscino rivestito di una federa arancione da davanti al volto assonnato del figlio.

"Sono le sette e dieci, sbrigati"

Si alzò dal letto di Lukas e, sapendo bene che il figlio si sarebbe alzato di li a poco, uscì dalla stanza e si diresse in cucina. Il ragazzo non sopportava le prediche del professore quando arrivava in ritardo, così, sentendo le pantofole rosa e turchesi di sua madre strofinare sul linoleum, con un sospiro strizzò gli occhi e saltò giù dal letto.

"Mamma?...sei in cucina?"

"Si, vieni, è già tardi..cosa prendi??"

Lukas lanciò uno sguardo interrogativo alla tavola di marmo e indicò un pezzo di pane tostato appoggiato su un tovagliolo di carta da cucina. Laura alzò i conenitori delle confetture di ciliegie e pesche, e Lukas prontamente indicò quella di pesche, e la donna ne versò una buona parte del contenuto rimanente sul pezzo di pane. Il ragazzo odiava metterci tanto a mangiare, ma si sedette comunque accanto alla madre perché sapeva che le faceva piacere. A Laura scattava il sorriso automatico quando stava vicino al figlio, lo considerava un "invito alle coccole". Adorava i suoi capelli, e non poteva fare a meno di carezzarglieli, come quella mattina, ma la reazione era sempre secca.

"No, mamma, io ti voglio bene ma sai che no mi piace che lo fai."
Laura ci rimaneva sempre male, ma sapeva che i capelli lunghi fino al collo servivano a Lukas per nascondere la cicatrice. Aken era violento, sempre; non perchè si ubriacava o cose varie, lo era di natura, forse perché il padre da piccolo lo picchiava. Un giorno di due anni prima aveva colpito Lukas sul viso con un bicchiere di vetro, provocandogli un'emorragia ed una ferita che andava da sotto l'orecchio destro al collo. Dopo quell'episodio Laura aveva chiesto il divorzio e ora quel maiale come lo definiva lei, viveva in campagna con un amico ed aveva una fidanzata di 19 anni. Laura giurò che Lukas non l'avrebbe più rivisto, giudice pro o giudice contro.

Tipewriter #4 Lorenza's Novel






Amici lettori di Bookcret, quello che i libri non dicono,
ecco a voi un altro scritto di uno nostra carissima lettrice, Lorenza. Se desiderate leggere il primo racconto pubblicato da Lorenza, schiacciate QUI.
Buona lettura a tuti/e.


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Quello che vedo pensando al futuro, è una vita che non credo esista nella mente degli altri. Noi tutti, come genere umano, tendiamo sempre a desiderare qualcosa di unico. Da piccoli il nostro sogno è diventare famosi sportivi o grandi esploratori, prime ballerine o grandi donne. A quindici anni vogliamo diventare maggiorenni e a vent'anni vorremmo avere ancora quindici anni. Io non sono così. Ho sempre voluto essere grande. Chissà perché io nel mio futuro vedevo, e vedo ancora, una mamma di tantissimi figli e non una corsa pazza in motorino con un ragazzino con i capelli all'impiedi. Non me ne importa nulla delle cose senza senso che a volte sembrano offuscare la nostra capacità di giudizio. Spesso non capiamo cosa è veramente importante. Anche se abbiamo solo quindici anni, o diciotto, dobbiamo riflettere sulla nostra vita, di ora e del futuro, perché quando cresceremo saremo esattamente ciò che abbiamo creato in tutti i piccoli momenti della nostra vita. Se ciò che vedremo in quel preciso istante non ci piacerà, allora avremo sbagliato tutto. Io non voglio che la mia vita sia un continuo pentirsi del passato, né tantomeno desidero vivere con l'ansia per ciò che faccio. Ma è così che mi sento certe volte. E il bivio in cui mi trovo indica da una parte la possibilità di godere di ogni momento, senza pensieri, ma dall'altra mi costringe a pensare che ciò che voglio in un dato momento forse non è il meglio per me. Non è solo la differenza tra ciò che è giusto o sbagliato e nemmeno tra comportarsi da adulti o meno. Credo che il tutto si giochi sulla voglia di costruirsi una personalità che ci rispecchi il più possibile, cosicché guardandosi avanti, si vedano solo opportunità, e invece guardandosi indietro, si veda né più né meno tutto il percorso che abbiamo fatto. Sì, esagero e sì, ne sono consapevole. Il fatto è che non voglio arrivare al punto in cui i mi senta troppo delusa della mia vita, ma voglio ancora sperare di essere il meglio di me stessa.
Vorrei solo poter essere già in quel futuro in cui chissene importa se una volta alle elementari ti hanno preso in giro, o se alle medie avevi qualche fruncolo, o alle superiori eri troppo brava a scuola. Sarà invece l'altro futuro in cui hai sperato fin da piccola, non quello delle grandi ballerine o degli astronauti, ma il mondo fantastico e pieno di colore, fatto dalle persone più belle della Terra, che non sapevamo di desiderare, ma che diventa indispensabile per tutti noi.



Vorremmo ringraziare Lorenza per aver condiviso con noi uun altro bellissimo racconto e contemporaneamente scusarci per il ritardo della pubblicazione.

Grazie,
Bookcret

mercoledì 5 settembre 2012

Tipewriter #3: Italia's Novel






Salve a tutti amattissimi lettori di Bookcret! Pochi giorni fa io e Pamela abbiamo deciso di aprire una nuova iniziativa per tutti gli scrittori del blog e dare loro la possibilità di pubblicare i loro racconti nel sito così che gli altri lettori possano commentare, complimentare o fare delle critiche costruttive. Fino ad ora abbiamo pubblicato due bellissimi racconti, quello di Lorenza e Marta. Oggi invece vogliamo pubblicare lo splendido racconto di una nuova lettrice, Italia. Lo scritto risulta essere il primo capitolo di un libro intitolato: "Non c'è niente di cui aver paura, è solo amore". Il libro narra la storia di un giovane adolescente, Lukas, alle prese con un amore proibito e un passato burrascoso, non ancora dimenticato, che lascia il suo segno in ogni gesto quotidiano.



Dedica dell'autrice:

"Se il mio racconto esiste, è merito di mio padre, che ringrazio prima di tutti, infatti è stato lui a trasmettermi la sua grande passione per i libri, che io ho elaborato trasformandola poi in passione per la scrittura. Questo racconto in particolare è frutto della mia seconda grande passione: quella per i film, che mi ha portata un giorno a conoscere un lungometraggio ambientato in Svezia, Paese che mi ha affescinata molto e che ho scelto come ambientazione. 
So che al lettore, perchè sono una lettrice anche io, tutto questo interessa relativamente, quindi concludo la mia breve introduzione con un ulteriore ringraziamento a mio padre e a tutti coloro che mi hanno incoraggiata a scrivere.

Dedico il mio lavoro ai soldati e ai civili che hanno perso la vita in tutte le guerre che infiammano il mondo, in particolare a quelli che hanno lottato per il nostro Paese. 


Con affetto, Italia."



Cari lettori, buona lettura!



I Capitolo

Sono le quattro del mattino, è presto, è freddo, è fastidioso svegliarsi a quell'ora. Lukas non lo ha mai sopportato, per fortuna gli è capitato solo due volte: il giorno della prima gita scolastica e quando suo padre se n'era andato. Con questa facevano tre. I suoi tredici anni dieci mesi e un giorno erano stati lunghi abbastanza perché il ragazzo potesse veder andare via due persone molto importanti per lui: sua nonna Bonnie, che ora, consumata dai suoi novantasei anni, lo guardava dal cielo; e suo padre, perché i suoi avevano divorziato e lui se n'era andato a vivere a Voldesland, in coabitazione con un amico. Lukas era stato affidato a sua madre, e si era aspettato che cambiassero casa, che cambiassero vita, che cambiassero città. Invece no. Non fecero niente, rimasero esattamente lì dov'erano, come se il trasferirsi di suo padre avesse congelato il tempo. Restarono in quel palazzone grigio come il cielo di città, quel cielo che ogni mattina autunnale riservava una nube densa e grigia di nebbia agli abitanti di Stoccolma. Perché quella era Stoccolma, non vivevano mica a Roma o Berlino, che se ti va bene trovi il sole che almeno un po' ti rallegra. Vivere a Stoccolma significa essere freddi come il clima, significa che si esce di inverno a -26 gradi centigradi e non si fa una piega perché quello era il Nord, il Nord che non concedeva un giorno di serenità. Ma a Lukas sarebbe piaciuto abitare a Roma o Berlino, avrebbe voluto essere italiano o tedesco, o magari russo o ucraino o finlandese o bosniaco o macedone o albanese o libico o sudafricano. Tutto ma non svedese. Il perché? Semplice, perché l'erba del vicino è sempre più verde. E Lukas odiava vivere tra tutti quei nazionalisti, avrebbe preso quella maledetta bandiera dalle mani del professore e ci avrebbe sputato sopra, ne sentiva l'impulso ogni volta che quel vecchio maledetto tirava fuori quel rettangolino di stoffa azzurro con la croce nordica gialla per raccontare le gesta degli avi, che poi, in effetti non avevano mai fatto nulla di speciale. Solo che non poteva, una cosa del genere gli sarebbe costata l'espulsione, ovvero un sacco di botte da sua madre e suo padre, una grande delusione per tutti e poi, no, non ne valeva la pena, a scuola aveva anche discreti risultati. Così per scaricarsi da quella pesantezza, dopo la lezione di storia chiedeva sempre di andare in bagno. Attraversava il corridoio lungo ma stretto, con le piastrelle rosa mattone a terra e bianche sui muri. Da far venire il voltastomaco. Il bagno? Poco peggio. Sembrava il ripostiglio di un carcere, altro che Svezia civile, come diceva sempre il suo insegnante di matematica. Ma era quello, e per raggiungere l'altro avrebbe dovuto attraversare tutto l'edificio, e non ne aveva voglia. Così puntualmente si spingeva nella stanza. Qualcuno aveva cancellato con un pennarello nero la scritta 'Toilette ' e l'aveva rettificata con 'Cesso'. L'inchiostro era vecchio, doveva essere stato qualcuno che a quest'ora aveva famiglia e lavoro. In comune con Lukas aveva solo che quel posto gli faceva schifo. Arrivato a WC si inginocchiava davanti a questo e, dopo essersi assicurato che la porta fosse chiusa, si cacciava due dita in bocca e vomitava. Vomitava la storia degli avi, secondo lui. Invece vomitava solo latte e cereali. Il bello della sua scuola era solo che era immensa. Se ci si affacciava da una qualsiasi stanza si poteva leggere ' Istituto Scientifico maschile "Alfred Nobel"' Maschile, perché lì l'unica femmina che ci fosse mai entrata era l'anziana bidella, e un paio di segretarie sulla cinquantina. Ma tanto a lui le femmine non piacevano, lo sapeva da un po'. Solo che non lo diceva a nessuno. Sua madre l'avrebbe compatito troppo, e i suoi compagni l'avrebbero fatto sentire uno schifo. Così se lo teneva per lui. Mica era scemo. Dopo tutto quel pensare si voltò verso l'orologio, sperava almeno che fossero le cinque. Invece erano appena le quattro e dieci.



Ringraziamo infinitamente Italia per aver deciso di pubblicare e condividere con noi il suo racconto e per averci inviato un così bel capitolo. Il primo di molti altri.


Grazie,
Bookcret.

lunedì 3 settembre 2012

Typewriter #2: Marta's Novel






Salve a tutti carissimi lettori di Bookcret! Pochi giorni fa io e Pamela abbiamo deciso di aprire una nuova iniziativa per tutti gli scrittori del blog e dare loro la possibilità di pubblicare i loro racconti nel blog così che i lettori possano commentare, complimentare o fare delle critiche costruttive. Fino ad ora abbiamo pubblicato un solo racconto, quello di Lorenza ricco di significato con una  bellissima morale. Oggi invece vogliamo pubblicare lo splendido racconto di Marta che ci parla dell'amicizia. Il racconto è stato preso da uno scritto del suo vecchio diario, il brano risulta essere una dedica alla sua migliore amica Emma (lettrice fissa del blog) e Marta vorrebbe farle una sorpresa, per farle capire quanto lei sia importante. Il racconto è dedicato inoltre, con nostro grandissimo piacere, a tutti gli amici di Bookcret. Quindi, cari lettori,  buona lettura.



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Voi sapete che cos'è l'amicizia? Tanto per intenderci, non sto parlando dell'amicizia che si da su su Facebook o su messenger, no, sto parlando dell'amicizia vera, quella con la A maiuscola, di quel legame indistruttibile che ti lega ad un'altra persona. L'amicizia è un sentimento più potente dell'amore ,secondo me, non trovate? Si perchè talvolta l'amore trova una fine, ma l'Amicizia non muore mai; il legame che ti lega con quella persona chiamata "amico" non potrà mai, mai e dico mai spezzarsi; come dicono molti: dall'amicizia all'amore c'è la distanza di un bacio. Credo esistano 3 categorie di amici: ci sono quelli falsi, e di quelli nella vita ne trovi a palate, invidiosi dei tuoi successi, adulatori, ipocriti... insomma... da tenere alla larga; poi ci sono gli amici e quelli te li devi tenere stretti, ma per fortuna nella vita ne puoi trovare molti se li sai riconoscere; e infine ci sono i migliori amici, quelli che trovi raramente nella vita... La mia categoria preferita è quest'ultima, quella dei migliori amici. Voi direte: " E che differenza c'è fra amici e migliori amici? Non sono la stessa cosa? E no cari... Con gli amici si parla, se sono stretti ci si confida, gli vuoi bene... ma non c'è quel feeling che c'è con la/il migliore amico/a. Lei/lui ti capisce sempre, e non ti volterebbe mai le spalle come invece potrebbe fare un comune amico. I semplici amici sono quelle persone che conosci ma con le quali passi soltanto del tempo insieme, mentre i migliori amici sono quelle persone per cui moriresti, sanno tutto di te e ti capiscono, ti rimangono accanto quando tutti se ne vanno. Con i migliori amici puoi fare tutto e niente, sempre essendo te stessa/o perchè sai che loro non ti giudicheranno mai male. I migliori amici sono quelli con cui puoi fare tutte le idiozie del mondo e sentirti sempre al settimo cielo; quelli a cui puoi confidare i tuoi segreti più intimi senza paura che il giorno dopo tutto il mondo ne venga a conoscenza; quelli di cui di fidi più di te stessa/o; le persone che conosci meglio al mondo; insomma... i MIGLIORI AMICI sono quelli di cui non ti pentirai mai di aver conosciuto.

"Non c'è deserto peggiore che una vita senza amici:
L'amicizia moltiplica i beni e ripartisce i mali".
Cit. Baltasar Graciàn

sabato 1 settembre 2012

Typewriter #1: Lorenza's novel






Salve a tutti carissimi Bookcrettiani! Pochi giorni fa io e Ilaria abbiamo deciso di aprire una nuova iniziativa per tutti gli scrittori del blog e dare loro la possibilità di pubblicare i loro racconti nel blog così che i lettori possano commentare, complimentare o fare delle critiche costruttive. Fino ad adesso abbiamo ricevuto una sola storia che siamo contente di pubblicare, la storia di una nostra lettrice fissa, la storia di Lorenza. A parer nostro, un racconto meraviglioso pieno si significato e anche, sotto sotto, di una bella morale. Quindi, cari lettori, buona lettura.



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"Giudicare. Ecco una parola che viene usata spesso impropriamente." No questa frase non va bene per l'inizio di un libro. Ricominciamo. "Quando le persone ti guardano, io so che ti stanno giudicando. Male o bene, poco importa. Lo fanno sempre." No, ancora non ci siamo. Forse è meglio utilizzare un modo diretto. Ok, ora sono pronta. "Quando ero piccola, pensavo che il mondo fosse una grande giostra con giochi sempre nuovi da scoprire. Mi avevano insegnato ad essere sempre rispettosa verso gli altri, a salutare le persone quando le si incontra per la strada e, soprattutto, a mostrare sempre qualcosa che anche se non è vero non fa niente, purché gli altri lo credano. Sì è vero, questo significa mentire. Ma cosa importava a mia madre se si diceva qualche bugia? Nulla, l'importante è far credere a tutti che stavamo bene. Per lei, star bene significa dire a tutti che si ha un buon lavoro, che i figli sono bravi e che non c'è nessun problema. E basta. E allora io guardavo quegli sconosciuti che mi guardavano, anzi, scrutavano, e credevo che sorridergli fosse il mezzo migliore per mostrare a tutti che ero assurdamente felice. E le persone sono così credulone a volte. Riuscivo a convincere anche me stessa. Avevo i genitori, ero brava a scuola. Nessun problema. Invece i problemi c'erano eccome e lo capii già alla scuola materna. Innanzitutto, avevo una voglia patologica di prendere in braccio tutti. Mi sentivo adulta, una mamma. Volevo mostrare che io ero grande. Alle scuole elementari, mentre mi vergognavo per i vestiti da maschio che mia mamma mi costringeva a mettere, capii che anche lì non avrei trovato amici. Ero già troppo seria allora. Per me la prima cosa era essere brava a scuola. Quando arrivavo a casa, influenzata da quell'abitudine di dire sempre 'tutto bene', non raccontavo a nessuno che le bambine mi prendevano in giro, o che nessuno mi voleva a giocare perché ero troppo appiccicosa. Già a otto anni, una bambina che ti dice 'non starmi sempre appiccicata' ti fa soffrire. Cominci a sentirti sbagliata, diversa e infine, esclusa. Arrivi alle medie sentendoti già inferiore, mentre accumuli chili di grasso e depressione, tanto che andare bene a scuola è l'unico modo per sentirti qualcuno. Ma non capisci che ai ragazzini di undici anni non interessa quanto studi o sei bravo a scuola, ma quanti giochi hai, a quale Luna park sei andato e più tardi, a chi hai dato il primo bacio. Ah sì, il primo bacio, che angoscia. L'ho dato a quasi quattordici anni, dopo quasi tutte le mie compagne. A quell'età non ti rendi conto che è una cosa così insignificante. Però io volevo sentirmi una ragazzina normale e non quella che Andrea chiamava 'uomo'. Ero sempre più sola, sempre più depressa e sempre senza amici. Ormai non provavo nemmeno più a dire a qualcuno quello che provavo. Così tante volte avrei voluto andare a casa e dire tutto a mia mamma. Invece lei era la mia nemica numero uno, mi diceva 'ci credo che non hai amici, con un carattere così'. Ci stavo così male perché ero così inadeguata. Non dico che la vita migliori alle superiori, o forse dipende dalle circostanze. Fatto sta che trovai delle amiche, delle amiche vere. Non mi sembrava possibile. La loro amicizia è qualcosa per cui ringrazio Dio, perché dopo anni non è venuta a mancare. Ok, non è quell'amicizia struggente, fatta di condivisione di tutto, di pomeriggi interi a chiaccherare di ragazzi. Però era amicizia, e tanto bastava. Sono cresciuta adesso, le superiori sono finite. Ancora non capisco i ragazzi della mia età. Sono un'emarginata sociale? Mi sa proprio di sì. Non ho ancora capito se sono io che sono diversa o sono gli altri che sono sbagliati. Nel mio caso, la stranezza è essere sempre brava a scuola, non fare mai una bravata di quelle da castigo per un mese, non avere ancora fatto l'amore e soprattutto andare in Chiesa, credere, avere fede, fare la catechista. Dopo tutto vado fiera di queste cose. Non sono un animale sociale e a questo punto non lo diventerò di certo in futuro. Però forse un giorno partirò, magari andrò a fare volontariato in un paese in cui mostrare agli altri quanto di più falso esista non sia una priorità, ma dove ti tendono la mano. E non te la tendono per trascinarti in una discoteca, ma perché la gentilezza e i buoni valori che da piccola mi avevano insegnato sono ancora indispensabili per qualcuno, che ha bisogno del mio aiuto. A questo punto, direi che non importa se il giudizio che le persone si fanno di te è buono o cattivo. Giudica te stesso in base a ciò che ritieni corretto e sappi che non bisogna vivere in funzione degli altri, ma per gli altri. Che è diverso. Solo ora capisco che il mondo non è una giostra piena di giochi come pensavo da piccola, ma è solo il risultato di ciò che ci creiamo attorno."

venerdì 31 agosto 2012

Typewriter: che cos'è?





Carissimi lettori di Bookcret, quello che i libri non dicono.
Abbiamo una super novità per voi che speriamo vi piacerà. Facendo una breve ricerca sul web o leggendo alcune domande pubblicate su "Yahoo" ci siamo rese conto di come la passione per la lettura, le storie, l'avventura abbia portato alcuni di voi a cimentarsi con la stesura di qualche racconto, poesia o  romanzo. E a questo punto, abbiamo deciso di dedicarvi questa iniziativa, il cui nome è "Typewriter" nella quale potrete pubblicare i vostri scritti, renderli pubblici e qualunque lettore potrà decidere di rilasciare un commento o qualche critica costruttiva. Come fare per pubblicare i vostri componimenti? Dovrete inviare un email a:

bookcret@gmail.com


Nell'oggetto dell'email vi chiediamo cortesemente di scrivere il vostro nome e la parola "Typewriter". Il tempo di visualizzare la vostra email e pubblicheremo all'istante il racconto. Ogni membro del blog avrà una sua etichetta, così si potranno distinguere i vari compositori e ognuno di voi potrà pubblicare più racconti o i vari capitoli dei vostri libri. Fateci sapere se l'idea vi è piaciuta e non aspettate troppo, inviateci al più presto i vostri preziosi racconti. Non lasciate che la vostra passione vada perduta. Approfittate di Bookcret e soprattutto di Typewriter, creata appositamente per voi! Aspettiamo con ansia tutte le vostre storie.

Grazie,
Bookcret.