giovedì 28 novembre 2013

Recensione: Una parte di me di Lisa Renee Jones

Buon pomeriggio amici lettori,
oggi vi parlerò del seguito di Se fosse te di Lisa Renee Jones, Una parte di me. Il secondo volume della  nuova trilogia erotica,  The Inside Out Trilogy, edita da Mondadori da quest'anno. Le pubblicazioni sono molto vicine tra loro, infatti, il primo volume è stato pubblicato a Ottobre, il secondo a Novembre e l'ultimo sarà in tutte le librerie a partire dal 3 Dicembre.
QUI, potete trovare il primo capito del romanzo.






Titolo: Una parte di me
Autore: Lisa Renee Jones
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Traduttore: Albanese T.
N. pagine: 292
Genere: narrativa erotica







Trama:
Sara McMillan, giovane insegnante appassionata d'arte, dopo essersi imbattuta per caso nei diari segreti di Rebecca ed essersi messa sulle sue tracce - dato che la ragazza apparentemente è scomparsa - si ritrova in bilico tra la sua vita passata e quella presente. Nel tentativo di scoprire qualcosa in più su questo mistero, Sara ha preso il posto di Rebecca nella galleria d'arte dove la ragazza lavorava, ma da quel momento la sua esistenza è irrimediabilmente cambiata. L'incontro con l'artista Chris Merit l'ha sconvolta: si è perdutamente innamorata di quell'uomo carismatico, tormentato e pieno di segreti, il "principe oscuro" che le sta facendo scoprire una sessualità tutta nuova e conturbante, ma ancora non è sicura di potersi fidare fino in fondo di lui. Enigmatico, sfrontato e arrogante è invece Mark Compton, il proprietario della galleria e, come tale, suo nuovo datore di lavoro: spesso Mark le rende la vita impossibile, però Sara non può nascondere che c'è qualcosa in lui che la turba e insieme la intriga. Ma, soprattutto, Sara non ha ancora capito che tipo di legame c; sia tra i due uomini, e più volte ha avuto l'impressione di trovarsi al centro del loro braccio di ferro, di essere la posta in gioco nella loro lotta di potere. Anche la lettura dei diari continua a confonderla: non ha il coraggio di ammetterlo, ma le fantasie erotiche descritte da Rebecca la eccitano e contribuiscono a far emergere un lato della sua natura che finora aveva ignorato.

Recensione:

Il volume precedente si concludeva lasciando il lettore sulle spine, per spingere sulla sua curiosità e fargli continuare la lettura della saga. Di fatto l'ultima scena del romanzo vedeva Sara in un magazzino, dove si trova il box di Rebecca, per cercare indizi per rintracciarla, quando a un certo punto vi è un corto circuito che fa saltare la corrente e Sara inizia a sentire dei passi che si avvicinano. Qualcuno è con lei nel magazzino e vuole qualcosa, ma chi? Che cosa? Questo verrà svelato in questo romanzo insieme al mistero che sembra celarsi dietro alla scomparsa di Rebecca. Devo ammettere che il tutto, come al solito, si sviluppa e si conclude nelle ultime pagine, lasciando molto spazio alla relazione istauratasi tra Sara e Chris Merit, il suo artista brillante, favoloso e sofferente.
Sara ha paura delle conseguenze che potrebbero presentarsi se lei si affidasse a lui, un uomo che di certo la ferirà e forse la distruggerà. La sua insicurezza risale anche al fatto che pensa di non essere abbastanza per Chris: non riesce a concepire come quell'uomo famoso e di talento possa desiderare e amare una scialba insegnante come lei.
In questo secondo volume viene lasciato un po' più di spazio a Mark Compton, proprietario della galleria in cui Sara ora lavora, al posto di Rebecca, e della "fossa dei leoni", un club esclusivo. Frequentato dagli amanti del boundage e dal sadomaso. Sara si accorge fin da subito che tra i due in passato è accaduto qualcosa , non ha dubbi che questo bruci ancora molto ad entrambi, e che una volta sono stati amici. Merit inoltre è convinto che dietro alla figura dominante, sexy, autoritaria e misteriosa, descritta nei romanzi di Rebecca, ci sia Mark.

Un uomo che pensa che le pretese di amore complichino le cose e spingano le persone a comportarsi in modo irrazionale. Dice che l'amore non esiste, ci sono solo diverse gradazioni di desiderio.

La causa dell'allontanamento dei due uomini, a mio avviso, è davvero una cavolata e non vedo il motivo perché Chris, ogni volta che Sara cerca di estrapolargli qualche informazione, si irrigidisca e cambi discorso. Anche l'enigma che rappresenta la scomparsa di Rebecca è più semplice e meno sviluppato e intricato di quanto mi aspettassi ma, ancora una volta Lisa Renee Jones lascia in sospeso un altro mistero da svelare. Che fine ha fatto
Ella Ferguson, amica e vicina di casa di Sara? Perchè il suo cellulare è sempre irrangiungibile? E che ne sarà della storia istauratasi tra Chris e Sara, dopo la partenza di lui per Parigi?
Se n'è andato, con la conferma di quello che ho sempre intuito. In lui c'è più sofferenza di quanto possa immaginare, altri segreti da rivelare. Mi ha lasciato un altro dei suoi enigmi, e ho poche ore per trovare le soluzione. Senza conoscere i segreti che custodisce, sono pronta a correre il rischio di andare con lui?

Il volume avrebbe dovuto lasciare più spazio a Chris, alla conoscenza del suo passato e degli scheletri che si porta nell'armadio ma, l'unica cosa che viene approfondita è a il suo attaccamento nei confronti di Dylan, un ragazzino malato di leucemia, simpatico, amichevole e intelligente.

Dylan e Chris sostituiscono entrambi un orrore con un altro. Dylan usa i film e i mostri per combattere il cancro, e Chris usa il dolore per combattere il dolore.


Sembra che l'autrice voglia puntare tutto sul terzo e ultimo romanzo della saga per lasciare, forse un lieto fine ai lettori e rivelarci man mano i vari enigmi. Sicuramente questo romanzo non è all'altezza del primo. Lascia troppo spazio ai rapporti intimi tra i protagonisti, cosa che nel primo romanzo non avveniva, e delude un pò le aspettative. Ma purtroppo mi ha incuriosità e voglio risposte alle varie domande che mi sono posta durante la lettura, quindi sono costretta a continuare la lettura della saga, presentandomi tempestivamente nelle librerie Mondadori il 3 Dicembre per accapparrarmi Il gioco tra di noi, sperando sia meglio del secondo volume.

Ho bisogno di protezione e ho bisogno di lui, come non ne ho mai avuto di un altro essere umano. Rendermene conto è consolante e insieme terrificante. Non so più chi sono senza Chris. Non so dove inizia lui e dove finisco io. Dice di essere mio. Dice che sono sua, ma qualsiasi cosa mi assicuri, Chris non è del tutto mio. È ancora prigioniero dei suoi demoni interiori e adesso, temo, anche dei miei.


Il mio giudizio al romanzo:


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Ultimo volume della saga


Titolo: Il Gioco Tra Di Noi
Autrice: Lisa Renee Jones
Editore: Mondadori
Pagine: 252
Uscita in Italia: 3 Dicembre 2013

Trama:

Sara McMillan, giovane ex insegnante appassionata d¿arte, dopo gli ultimi turbolenti eventi che l'hanno vista protagonista e dopo aver scoperto che cosa è successo a Rebecca, la ragazza di cui aveva cominciato a seguire le tracce imbattendosi per caso nei suoi diari segreti, ha lasciato il lavoro alla galleria.
Chris Merit, l'artista sensuale e misterioso con cui Sara ha iniziato una relazione bollente e tormentata, sta per trasferirsi a Parigi e le ha dato l'ultimatum: vuole che parta insieme a lui. Sara è confusa - dovrà lasciare San Francisco e seguire l'uomo che ama, anche se lui non le ha dato nessuna garanzia -, ma è pronta a rischiare tutto per salvare Chris, e la loro storia, dai demoni del suo passato, abbracciando anche le parti più oscure di lui.
Inoltre, è convinta che stare a Parigi le permetterà finalmente di trovare Ella, la sua migliore amica, che è volata nella capitale francese con un uomo appena conosciuto e di cui non ha più notizie da mesi. Sara, ancora ossessionata dalla vicenda di Rebecca, teme che Ella sia rimasta intrappolata in un gioco più grande di lei ed è decisa ad andare fino in fondo per scoprirlo...
Dove la condurrà questo salto nel vuoto? E chi è davvero Amber, la bella ed enigmatica tatuatrice che sembra conoscere tutti i segreti di Chris e condivide con lui un passato ambiguo?


The Inside Out Trilogy:

1. Se Fossi Te, Ottobre 2013

2. Una Parte Di Me, Novembre 2013

3. Il Gioco Tra Di Noi, Dicembre 2013

Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono

WWW...Wednesday #2


Ciao amici lettori di Bookcret,
sappiamo che la WWW... Wednesday è una rubrica del mercoledì ma, abbiamo dovuto slittare tutte le rubriche di un giorno.  Dovete scusarci ma,  dalla settimana prossima ci impegneremo ad essere più rigorose nella pubblicazione dei vari post. E ora arriviamo a l'ennesima rubrica settimanale, ideata dal blog Should be Reading, che consiste nel rispondere a tre domande principali, a cui noi di Bookcret ne abbiamo aggiunta una. Per noi molto importante.
Quindi, sperando che la rubrica vi piaccia, vi proponiamo il nostro WWW...Wednesday! A presto e buona lettura.

» Le risposte di Pamela

 

1. Quale libro avete appena finito di leggere? Ho appena finito di leggere Beautiful Bastard di Christina Lauren, del quale tra poco scriverò la recensione.
2. Quale libro state leggendo attualmente? Il nostro infinito momento di Lauren Myracle.
3. Quale libro avete in mente di leggere? La mia risposta rimane invariata da quella dell'altra volta, sempre "The Returned" di Jason Mott.
4. Consigliereste ai nostri amici lettori di leggere il libro/i libri che avete appena concluso? Dipende se piace il genere erotico, ma tutto sommato è sempre una lettura leggera e piacevole da fare! (: 


» Le risposte di Ilaria



1. Quale libro avete appena finito di leggere? Neve a primavera di Sara Jio (recensione qui) e Una parte di me di Lisa Renee Jones (recensione qui).
2. Quale libro state leggendo attualmente? Il diario di velluto cremisi di Sara Jio (Trama qui)
3. Quale libro avete in mente di leggere? Come al solito la mia lista di libri da leggere è immensa, e non so mai da quale partire.  Ma Pam ieri mi ha incuriosita pubblicando, nella rubrica innamorati delle copertine # 3,  la copertina di Matrimonio a sorpresa di James Patterson. Sono andata a leggere la trama e il racconto mi ispira molto, quindi penso che a breve ne inizierò la lettura.
4. Consigliereste ai nostri amici lettori di leggere il libro/i libri che avete appena concluso? Si e no. Neve a primavera è un romanzo sensazionale, bellissimo e dolcissimo. L'ho amato con tutta me stessa, quindi devo per forza consigliarlo a tutte. Una parte di me, il secondo volume della nuova trilogia erotica edita dalla Mondadori, mi ha un po' delusa. Pertanto non mi sento di consigliarlo ma, per chi avesse già iniziato la lettura della saga, deve assolutamente leggerlo per trovare risposte alle proprie domande e scoprire quale segreto si cela dietro alla scomparsa di Rebecca.

 ***

Ora fateci sapere i vostri WWW... Wednesday! Li aspettiamo!


Pamela e Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono 

mercoledì 27 novembre 2013

Innamorati delle copertine #3


Buona sera amici di Bookcret,
come state? Spero meglio di me. Tra trasloco e ora otto ore di lavoro, torno a casa stanca morta e non ho più tempo per fare niente. Ieri era il primo giorno di lavoro e a causa di questa stanchezza infinita non sono riuscita a pubblicare la mia rubrica preferita "Innamorati delle copertine", e quindi rimedio stasera! Spero che le copertine vi piacciano e che mi facciate sapere quali sono le vostre, affinchè io possa anche infilarle nel post della prossima settimana, ovviamente citandovi! A presto, buona serata e buona lettura.



» Copertine di libri già pubblicati «


Come into my Wonderland - Isabel C. Alley
Blue - Kerstin Gier
























» Copertine di libri pubblicati di recente «




      (Pubblicato da poco in Italia)                                   (Pubblicato da poco negli USA)
Matrimonio a sorpresa - James Patterson
Kinetic - S.k.Anthony
























» Copertine di libri non ancora pubblicati « (ma già usciti negli USA)


Endless - Amanda Gray
Christmas at Claridges - Karen Swan

























Ora è arrivato il vostro turno di dirci quale categoria di copertine vi è piaciuta di più, oppure dirci anche solo quale tra le sei cover di questi meravigliosi libri vi attirerebbe talmente tanto da comprare il libro! Siamo curiosissime di saperlo e allora perchè non commentare? Vi auguro come sempre buona lettura e spero di ricevere tanti commenti!



Pamela di
Bookcret, quello che i libri non dicono

Assaggi di lettura: Una parte di me di Lisa Renee Jones


Salve a tutti lettori di Bookcret,
oggi vorrei lasciarvi un altro assaggio di lettura, di un libro che recensirò a breve. Se riesco anche domani. Il romanzo appartiene alla saga erotica, Inside Out Trilogy, edita da Mondadori da quest'anno. Il volume si intitola Una parte di me di Lisa Renee Jones, ed è il secondo romanzo della saga. Per ragioni di spazio e lunghezza del post mi trovo meglio a pubblicare recensione e  primo capitolo su due post differenti, che in seguito saranno correlati. Abbiamo deciso da poco di inserire insieme alla recensione un breve scritto tratto da libro per far si che possiate farvi un'idea tutta vostra del romanzo e decidere, se intraprenderne la lettura o meno.




Titolo: Una parte di me
Autore: Lisa Renee Jones
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Traduttore: Albanese T.
N. pagine: 292




I Capitolo:

Diario 8, brano 1
Venerdì, 27 aprile 2012
Ero immersa nel buio, un’assenza totale di luce che mi faceva tremare da capo a piedi. Anzi, non era il buio a farmi tremare. Era lui. Pur non vedendolo, sentivo la sua presenza. Oh, sì, lo sentivo eccome. In ogni cellula del mio corpo, in ogni terminazione nervosa. Mi braccava. Reclamava il mio possesso, anche se non mi aveva ancora toccata. Io ero alla sua mercé, nuda e in ginocchio, al centro di un morbido tappeto di lana. Lacci stretti mi tenevano i polpacci attaccati alle cosce, mentre un’altra serie di lacci mi legava il petto, costringendomi le braccia dietro la schiena. Era un dolore agrodolce, erotico, e anche se mi sentivo esposta e vulnerabile, ormai ho capito che queste situazioni mi eccitano come non avrei mai creduto possibile. È davvero assurdo che sia terrorizzata all’idea dei limiti che ogni volta mi farà superare e al tempo stesso frema di eccitazione. Ma ero spaventata mentre stavo inginocchiata lì, al buio. Spaventata dallo scarso controllo sulle mie stesse reazioni fisiche, dal fatto che lui avesse il controllo di tutto, e io di niente. E da quanto sentissi la necessità del suo potere su di me. Adesso, mentre scrivo, non riconosco quella parte di me, ma quando sono con lui divento la persona che vuole farmi essere. Divento la sua schiava volenterosa, anche se ormai so di essere solo una comparsa nei suoi giochi. Lui non mi apparterrà mai come io appartengo a lui. Non lo dominerò mai come lui fa con me. Io rispetto le sue regole senza mai sapere come cambieranno, o chi farà parte del nuovo gioco in cui si è trasformato ognuno dei nostri incontri. E ieri sera, quando un faro di colpo si è acceso su di me, quando lui è uscito dal buio per pararmisi davanti, l’uomo che aveva di fianco mi ha fatto sussultare. Lo detesto, e lui lo sa, eppure l’ha invitato a spartirmi con lui. Avrei voluto protestare. Avrei dovuto protestare. Ma lì, in quella stanza, non ero Rebecca. Ero solo sua. A volte, nella luce del mattino, quando lui non può toccarmi, quando siamo lontani, penso di voler solo essere me stessa, essere di nuovo Rebecca. L’unico problema è che non ricordo più chi sono veramente. Non sono più certa di conoscermi. Chi è Rebecca Mason?


1


Mi sento soffocare nel buio pesto creato dall’inattesa interruzione della corrente nel magazzino in cui mi trovo alla ricerca di indizi per rintracciare Rebecca. Mi sembra di essere piombata in un film dell’orrore, di quelli che odio con tutto il cuore, e subito mi immagino nei panni della ragazza che fa tutte le mosse sbagliate e finisce massacrata. Io, Sara McMillan, sono una persona razionale, e devo liquidare queste paure assurde. Questo è solo uno degli sporadici blackout che San Francisco ha dovuto affrontare negli ultimi mesi, e la cosa peggiore che mi può capitare è che salti fuori un topo.
Ma non è forse quello che pensa anche la ragazza del film poco prima di venire uccisa? “È solo saltata la corrente. È solo un topo.” È già stata una mossa stupida venire qui da sola così tardi, dunque cerco di non farne altre. Dall’incontro precedente, so che l’addetto del deposito è un tipo che fa venire i brividi, ma tento di scacciare quel pensiero. Sono stata troppo ansiosa di fare qualcosa per trovare Rebecca, e troppo ansiosa di distrarmi dal silenzio di Chris dopo lo scambio di SMS di stamattina, quando gli ho confessato che sentivo la sua mancanza. Temo che questa gita fuori città per un evento di beneficenza gli abbia dato il tempo di capire che lui, invece, non sente la mia. D’altra parte, ieri sera ha avuto il coraggio di svelarmi uno dei suoi segreti più torbidi, e io ho fatto proprio quello che aveva previsto, quello che avevo giurato di non fare: l’ho respinto. “Sono scappata” aggiungo tra me, pensando alle parole che Chris aveva usato più volte prevedendo il mio comportamento.
Un altro tonfo infrange il lugubre silenzio e sono ufficialmente terrorizzata da qualcosa di più spaventoso del silenzio di Chris. Mi sforzo di identificare quel suono, invano. Devo ammetterlo, sono stata proprio una cretina a venire qui da sola. E anche se mi piace pensare di non comportarmi spesso da stupida, questo episodio è la dimostrazione che, quando succede, faccio le cose in grande.
Non oso muovermi, tantomeno respirare, eppure so che gli ansimi rochi e soffocati che sento sono i miei. Mi impongo di non fare rumore, ma non funziona. Ho una stretta al petto, e stento a far entrare l’aria nei polmoni. Ho bisogno d’aria. Ne ho un bisogno disperato. Penso che sto andando in iperventilazione. Sì, deve essere così. Ricordo una sensazione identica, come di essere fuori dal mio corpo, quando cinque anni fa un medico uscì dalla stanza d’ospedale di mia madre per annunciarmi la sua
morte. Pur se consapevole di ciò che mi sta succedendo, continuo ad ansimare come una pazza. Non c’è dubbio che in questo modo tradirò la mia presenza, e non è possibile che non sia in grado di controllarmi.
A un certo punto mi ritrovo in piedi, ma non ho memoria di essermi alzata. Dalle mani mi cadono dei fogli che non ricordavo di aver preso. Il panico monta dentro di me suggerendomi di urlare e scappare. La sensazione è così forte e reale che faccio un passo in avanti, ma un altro rumore mi blocca. Il mio sguardo corre verso la porta, dove non vedo che oscurità. Nient’altro che questo buco buio e profondo che minaccia di inghiottirmi. Un altro tonfo. Che razza di suono è? Ancora un altro rumore, che sembra un passo strascicato, rimbomba più vicino alla porta. Sento una scarica di adrenalina, non mi soffermo a pensare, agisco.
Attraverso la stanza sfrecciando in una direzione che mi sembra libera da ostacoli. Porta, porta, porta! Mi serve la porta. Dov’è quella maledetta porta? Le mie dita continuano ad annaspare nel vuoto, finché non sento il freddo acciaio e riesco a chiuderla con un colpo secco, prima di esalare un sospiro di sollievo. Spingo i palmi contro la superficie. E adesso? E adesso?! Devo girare la chiave. Peccato che sia impossibile. La cruda realtà mi frana addosso. La serratura è fuori e, mio Dio, chiunque sia in corridoio potrebbe chiudermi dentro. A meno che... e se nel frattempo la persona di cui avevo percepito la presenza nel corridoio fosse riuscita a entrare?
Questo pensiero terrificante mi spinge a girarmi e ad appiattirmi contro la porta. Ricordo che ho il telefono nella tasca della giacca e lo cerco a tentoni. Non vedo niente. E, a quanto pare, non riesco nemmeno a essere lucida. Perché non ho pensato prima al telefono? Lo prendo, ma mi scivola e cade a terra. Trafelata, mi butto in ginocchio per cercarlo, grazie al cielo le mie mani tastano la sua plastica scivolosa, ma per l’agitazione non riesco a sbloccare la tastiera.
Mi rialzo, temendo di essere pugnalata a morte mentre cerco di comporre il numero, e stavolta niente fermerà la mia fuga. Correre potrebbe essere un’altra mossa idiota, ma a questo punto anche non farlo sembra poco intelligente. Riapro il box e davanti a me c’è solo oscurità, ma non importa. Mi metto a correre, pregando di non andare a sbattere contro la persona che è qui dentro con me e di non inciampare in questo buco nero. Voglio solo uscire di qui. Fuori. Fuori. Fuori. Non riesco a pensare ad altro. È questo che mi spinge in avanti, dritta verso l’uscita. Sono in preda a un’esplosione di paura e di adrenalina che ha sfaldato ogni pensiero logico e razionale su cui potevo contare qualche attimo fa.
Cerco la luce della strada, ma la porta d’ingresso ora è chiusa, e la colpisco con una forza che mi fa sbattere i denti. Mi sono morsa la lingua e sento in bocca il sapore ferroso del sangue, ma questo non frena la mia fuga. Cerco a tastoni la maniglia ed esalo un sospiro di sollievo quando questa cede e la porta si apre.
In un nanosecondo sono fuori, la luce fioca dei lampioni e la fresca aria serale di San Francisco sono una manna dal cielo dopo quel buio soffocante. Schizzo verso la mia

auto, ogni muscolo in tensione. Ho il terrore di avere qualcuno alle calcagna ma non voglio sprecare secondi preziosi per verificarlo. Stringo in mano le chiavi fino a conficcarmele nella pelle del palmo Cerco freneticamente il telecomando per aprire la portiera. Il tempo sembra sospeso mentre lotto contro l’impulso di girarmi. Salgo a bordo.
Certa che qualcuno stia per colpirmi alla schiena, chiudo la portiera e faccio scattare la sicura. Fuori dal finestrino non vedo nessuno, ma mi aspetto di sentire da un momento all’altro un rumore di vetri infranti. Le mie mani tremano così tanto che con una devo tenere ferma l’altra per inserire la chiave nell’accensione. Quando finalmente ci riesco, metto in moto e inserisco la retromarcia. Gli pneumatici stridono e il mio cuore rimbomba. Metto la prima poi inchiodo di colpo e la brusca frenata mi fa balzare in avanti. Il suono del mio respiro pesante riempie l’inquietante silenzio dell’abitacolo mentre fisso la porta aperta dell’edificio, senza vedere niente di spaventoso o spettacolare. È solo che... È questo posto. Ci sono solamente io, non sembra esserci nessun altro in circolazione.
Non importa. Più resto seduta qui, più mi sento esposta, vulnerabile, un bersaglio. Premo il pedale dell’acceleratore. Devo uscire da questo parcheggio, subito.
Sono diretta verso la superstrada, le mani strette sul volante, quando mi rendo conto che il box è rimasto aperto. Ho dimenticato di chiuderlo e ora me ne sto andando. Entro in una stazione di servizio e fermo la macchina. Resto lì seduta. Forse per un minuto, due, dieci. Non saprei dirlo. Non riesco a formulare pensieri coerenti. Lascio cadere la testa sul volante e tento di concentrarmi. Il deposito. I segreti di Rebecca, la sua vita. La sua morte. Alzo la testa di scatto. No. Non è morta. Non è morta... eppure, dentro di me so che in quel box c’è un suo segreto che qualcuno vuole impedirmi di scoprire.
«Devo tornare a chiuderlo» mormoro. Potrei chiamare la polizia e farmi accompagnare. Certo non mi arresteranno perché ho paura del buio. Magari scoppieranno a ridere, magari saranno infastiditi, ma stavolta non intendo correre rischi.
Il mio telefono squilla dal sedile, dove non ricordavo di averlo gettato, facendomi sussultare. “Santo cielo” mi rimprovero “ripigliati, Sara.”
Lancio un’occhiata al numero. Chris. Il petto mi brucia per l’emozione. Tra noi ci sono tante cose che non vanno, e altrettante sono le ragioni per cui non dovremmo stare insieme. Eppure, nonostante questo, o forse proprio per questo, non ho mai avuto così bisogno di sentire la voce di qualcuno in tutta la mia vita.
«Sara» mormora quando rispondo, e il mio nome è una nota vellutata di perfezione virile che colma il vuoto profondo della mia anima come solo lui è in grado di fare.
«Chris.» Mi trema la voce perché, mio malgrado, ho le lacrime agli occhi. Come sono passata dal vivere gli ultimi anni senza farmi toccare da nulla, all’esatto contrario nel giro di pochi giorni? «Vorrei... vorrei che fossi qui.»

«Ci sono, piccola» dice, e io credo, o forse spero, di sentire una traccia di commozione nelle sue parole. «Sono davanti alla tua porta. Vieni ad aprire.»
Sbatto le palpebre, confusa. «Pensavo che fossi a Los Angeles per l’evento di beneficenza.»
«Infatti, e domattina devo tornarci, ma avevo bisogno di vederti. Fammi entrare.»
Sono sconvolta. Ho rimuginato sul suo silenzio per tutto il giorno. Temevo che volesse tagliarmi fuori, come ho fatto io con lui ieri sera. «Sei tornato solo per vedermi?»
«Sì. Sono tornato solo per vederti.» Sembra avere un’esitazione. «Hai intenzione di lasciarmi fuori?»
L’emozione che cerco di reprimere mi scoppia dentro, e il bruciore agli occhi minaccia di trasformarsi in una crisi di pianto. È tornato per vedermi, ha preso un volo, si è fatto in quattro nonostante la mia reazione alla sua confessione di ieri sera, al club. «Non sono a casa.» La mia voce è quasi impercettibile. «Non ci sono, ma voglio tornarci. Potresti venire qui, per favore?»
«Qui dove?» chiede lui, con un’apprensione simile a quella che sento io.
«A pochi isolati di distanza. In una stazione di servizio vicino al deposito di cui ti ho parlato.» Non riesco a pronunciare il nome di Rebecca, non so perché.
«Arrivo subito.»
Sto per dargli le indicazioni, ma ha già riattaccato.


Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono

martedì 26 novembre 2013

Recensione: Neve a primavera di Sara Jio

Buongiorno carissimi lettori di Bookcret,
finalmente, come vi avevo promesso ieri pomeriggio, oggi sono riuscita a pubblicare questa recensione. Scusatemi ma, tra i turni al lavoro e le mie prime guide automobilistiche, il tempo a disposizione è davvero limitato. Comunque ora bando alle ciance e scopriamo insieme il romanzo di Sara Jio, Neve a primavera.
Decisi di leggere il romanzo senza aver letto neanche la trama, ero rimasta colpita dalla bellezza della copertina. A due giorni dalla fine della lettura devo assolutamente confessarvi che il romanzo è molto più bello e sorprendente della copertina.
Siamo pronti? Sì, quindi prepariamo ad immergerci  in una Seattle imbiancata a primavera.
 
 
 
Titolo: Neve a primavera
Titolo originale: Blackberry Winter
Autore: Sara Jio
Editore: Nord
Traduttore: Spinato P.
N. pagine: 333
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Trama:
È tutto bianco. Il cielo, i tetti, le strade. Claire Aldridge è come ipnotizzata davanti a quello scenario. Mai si sarebbe aspettata una tempesta di neve a primavera, un evento rarissimo anche in una città fredda come Seattle. L'ultima volta che si è verificato, infatti, è stato nel lontano 1933, e proprio in quello stesso giorno di maggio. E una coincidenza troppo singolare per non stuzzicare l'interesse giornalistico di Claire, che comincia subito a fare delle ricerche. Ed è così che s'imbatte in un vecchio rapporto di polizia, in cui una donna di nome Vera Ray denuncia la scomparsa del figlio Daniel. Una denuncia che, per Claire, diventa una sfida: riuscirà a scoprire cos'è successo al piccolo Daniel e a ritrovarlo, dopo tutti questi anni? Percorrendo un sentiero tracciato nel labirinto del tempo, Claire inizia quindi a ricostruire, tassello dopo tassello, una storia drammatica eppure struggente. La storia di Vera, una giovane madre che, nella Seattle messa in ginocchio dalla grande depressione, è stata costretta a lasciare solo il suo bambino per andare al lavoro; una donna povera ma orgogliosa, che ha sempre affrontato la vita con coraggio. La storia di un uomo ricco e generoso che, a dispetto delle tradizioni e delle convenzioni sociali, ha sempre seguito la voce del cuore e che non ha mai saputo di essere diventato padre. La storia di un amore profondo e impossibile, di una famiglia pronta a tutto per evitare uno scandalo, di un segreto che nessuno avrebbe mai dovuto svelare...

Recensione:

Il romanzo porta avanti le storie di due donne, Claire Aldridge una giovane giornalista, moglie di un uomo appartenente ad una delle famiglie più influenti e prestigiose di Seattle e Vera Ray, figlia di un pescatore, orfana di genitori e donna nata e cresciuta nei quartieri poveri della città di Seattle. Le vite di queste due donne si incontrano quando, il 2 Maggio 2010, accade una cosa sorprendente: una bufera di neve imbianca la città. Una nevicata in primavera.
Il caporedattore di Claire, Frank, decide di dedicare una pagina del giornale, ad un articolo su questo fatto anomalo. La donna per documentarsi, e trovare informazioni per arricchire l'articolo scopre che la stessa nevicata è avvenuta settantasette anni fa, lo stesso giorno e lo stesso mese. Il 2 Maggio 1933. Quello stesso giorno Vera Ray, di Seattle, dichiara che il figlio, Daniel Ray, è scomparso. Lo avrebbe visto per l'ultima volta nella sua stanza al 4395 della Fifth Avenue, secondo piano. Vera racconta inoltre, di aver lasciato il figlio a casa da solo, per andare a lavorare nello sfarzoso e lussuoso hotel Olympic di Seattle, a seguito di un triste episodio: la madre aveva portato il figlio al lavoro, lasciandolo dormire tranquillo nella suite al nono piano ma, scoperto dalla titolare della donna, Daniel si sarebbe spaventato moltissimo e Vera per poco non avrebbe perso il lavoro. Quindi tranquilla che il suo bambino sarebbe stato meglio sotto le coltri calde del suo lettino, va a lavorare. Ignora di quello che succederà al figlio.
Claire, dopo varie indagini, scopre che l'accaduto era stato archiviato su due piedi dalla polizia come fuga.

Se Vera fosse stata l'erede di una famiglia in vista, ci sarebbe stata un'indagine. Ma per la figlia di un pescatore? La triste verità è che non interessava a nessuno. Ed è la stessa ragione per la quale la polizia non ha alzato un dito per ritrovare Daniel. Perchè sprecare risorse per un poveraccio? Era normale pensarla così.


I bambini di tre anni non scappano di casa. Così Clare decide di indagare e scoprire che fine abbia fatto il piccolo Daniel Ray. Mai ritrovato. Non era in grado di spiegare il suo interessamento per il caso all'amica , e forse nemmeno a se stessa, ma c'era qualcosa nella vicenda di Daniel Ray, che le toccava il cuore. Infatti, Clare un anno prima decise di andare a fare jogging, nonostante il suo splendido pancione di otto mesi, quando una macchina rossa la investì. L'intervento dei soccorsi e dei medici non servì a nulla, il piccolo fu accolto tra le braccia del signore tredici minuti dopo aver visto la luce. Clare si è tenuta sterra il suo dolore per poi seppellirlo dentro di sè, dove sarebbe macerato e marcito; Ethan, il marito invece, amministratore del quotidiano, fondato dal trisavolo all'inizio del XX secolo, per il quale Claire lavora, si è gettato nel lavoro, servendosi abbondanti bicchieri di scotch, tirando tardi con gli amici e comprandosi una BMW decappottabile rossa. Il tragico incidente li ha scossi profondamenti, allontanandoli incurabilmente l'uno dall'altro. La tensione tra i due è ogni giorno più forte, il loro matrimonio sembra abbia i giorni contati.

Mentre Claire ci racconta il tornado che le si sta per abbattere contro, Vera ci narra il suo incontro e innamoramento con Charles, il padre di Daniel. Charles appartiene all'alta società, cresciuto nella ricchezza e nei privilegi, un uomo in possesso di una bontà d'animo che la gente della sua posizione non si sogna nemmeno: sembra sinceramente dispiaciuto delle condizioni dei poveretti, quando quelli del suo ceto si limitano ad ignorarli. I due vivono una relazione breve poichè, la cattiveria e un vecchio rancore della sorella di Charles, nei confronti della madre di Vera, li farà allontanare. Josie spinge la donna a lasciare il fratello, senza dirgli della gravidanza, per impedire che Charles diventi un uomo povero, diseredato dai genitori.

Vera si autoconvince che nonostante il suo amore per l'uomo sia forte e sincero, questo non sarebbe bastato a renderlo felice, senza i privilegi ai quali è abituato. Pertanto scappa dalla casa di Charles la sera in cui l'uomo si accingeva ad annunciare alla famiglia il suo proposito di sposare la donna.
 
Quella donna era stata una madre amorevole, un'amica sincera, una sorella, una figlia, eppure di lei rimanevano solo il nome e due date vaghe. Che razza di mondo era, quello in cui il fatto di chiamarti (...) ti rendeva una persona speciale, mentre un cognome come Ray faceva di te un elemento del tutto accessorio e insignificante? Fissai la tomba, mentre rivolgevo una silenziosa promessa a quella donna: Non permetterò che il mondo si dimentichi di te, Vera Ray.

Un romanzo toccante, dolce e strappalacrime. Due donne orgogliose, distrutte da una grave perdita ma con un unico scopo, ritrovare se stessa Claire, il proprio bambino Vera. Una madre sofferente e triste che farebbe qualunque cosa per ritrovare il proprio bambino. Un matrimonio ricco di alti e bassi, con gravi incomprensioni ma, con il desiderio di rinascere più forte di prima. Questo libro travolge totalmente il lettore, come un fiume in pena, svuotandolo di ogni lacrima e gemito.

Non posso svelarvi se Daniel verrà ritrovato, se sia ancora vivo o se sia già morto da anni. Ma il mistero che si cela dietro la sua scomparsa è davvero vergognoso, uno dei casi più cupi della storia di Seattle, insabbiato per proteggere qualcuno.

Ho messo anima e cuore per creare questa recensione. Una parte del mio cuore è rimasta ai vari personaggi del racconto che ho amato e sostenuto fino alla fine. Ho cercato le parole adatte per creare questo post, per rendere giustizia a questo splendido romanzo e perchè la mia recensione vi incuriosisca e vi spinga a leggere il libro, poichè ne vale veramente la pena. In futuro sicuramente leggerò altri romanzi di questa brava e sorprendente autrice. Incominciando da Il diario di velluto cremisi, pubblicato sempre dalla casa editrice Nord nel 2012. Di seguito vi inserisco la cover e la rispettiva trama.

Mio adorato Daniel,
da quando sei scomparso, la mia vita è finita. Chiunque ti abbia portato via, ha fatto a pezzi il mio cuore e tutto il resto. Vivevo soltanto per vederti sorridere, sentire le tue risate e rallegrarmi della tua gioia. Il mondo ha perso tutta la sua bellezza, senza di te. So che sei vicino, lo sento nel cuore, e sono sicura che tornerai qui, che qualcosa ti riporterà al nostro posto segreto. Quando succederà, voglio che tu sappia che ti voglio un bene immenso, anche se non sarò qui per dirtelo.
Un giorno ci ritroveremo, tesoro mio. Un giorno ti canterò di nuovo una canzone, cullandoti tra le braccia. L'amore che ho per te non verrà mai meno, in attesa di quel momento.
Tua madre,
VERA

Il mio giudizio al romanzo:


PS: QUI, potete trovare e leggere il primo capitolo del romanzo
 
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Il diario di velluto cremisi
Titolo: Il diario di velluto cremisi
Autore: Sara Jio
Editore: Nord
Traduttore: Dompè M.; Rincori A.
N. pagine: 329

Trama:
È ormai notte quando Emily sale sul traghetto per Bainbridge Island, poche miglia al largo di Seattle. Davanti a sé, le luci dell'isola la accolgono come un abbraccio. Quel luogo è sempre stato il suo rifugio, la sua oasi di tranquillità, ed è quindi il posto ideale per dimenticare, per lasciarsi alle spalle le carte del divorzio appena firmate, il romanzo che il suo editore attende con ansia, ma che lei non ha ancora scritto, e l'oceano di rimpianti che la opprime. Così, per qualche tempo, sarà di nuovo ospite dell'anziana zia Bee, nella casa in cui, da ragazzina, ha trascorso lunghe estati luminose e spensierate. E proprio in quella grande casa, piena di fotografie in bianco e nero e di stanze chiuse a chiave, Emily scopre qualcosa che cambierà per sempre il suo destino: un diario con una consunta copertina di velluto cremisi, in cui una donna di nome Esther racconta la sua storia d'amore con Elliot, una storia che risale al 1943, avvincente e tragica, esaltante e impossibile. Ma chi sono Esther e Elliot? Sono esistiti davvero? E perché quel diario si trova lì, in casa di zia Bee? Nessuno sembra disposto ad aiutare Emily a far luce sul mistero; anzi, di fronte alle sue domande, tutti si chiudono in un ostinato silenzio. Ma, per Emily, capire cosa sia accaduto a quella donna - così lontana eppure così simile a lei - diventa una ragione di vita. Come se il segreto nascosto tra le pagine di quel diario la riguardasse da vicino...


Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono.

lunedì 25 novembre 2013

Assaggi di lettura: Neve a primavera di Sara Jio


Salve carissimi lettori,
qui a Bookcret si batte un po' la fiacca per via di vari impegni, impossibili da rimandare o da evitare. Pertanto oggi, giorno in cui avrei dovuto pubblicare la mia recensione di Neve a primavera di Sara Jio ma, che non sono riuscita a terminare in tempo, vi propongo la lettura del primo capitolo. Intanto vi do appuntamento a domani per la pubblicazione della recensione vera e propria. Mi scuso con tutte quelle che la aspettavano con ansia e vi auguro un buon proseguimento di serata.


I CAPITOLO


VERA RAY


Seattle, 1º maggio 1933

Uno spiffero gelido s'infilò attraverso le assi del pavimento, facendomi
rabbrividire, e mi strinsi addosso il maglione di lana grigio. Gli rimaneva un unico bottone ma, a cinque centesimi l'uno, il solo pensiero di rimpiazzare quelli che mancavano mi sembrava un lusso inutile. E poi, ormai era primavera. In teoria, almeno. Lanciai un'occhiata alla finestra di quella piccola stanza al secondo piano, ascoltando il fischio cupo, furioso del vento. I rami del vecchio ciliegio sbatterono contro la facciata con una forza tale da farmi sobbalzare: il vetro non avrebbe retto a un altro colpo. Non mi potevo permettere di farlo riparare, non quel mese. In quel preciso istante, qualcosa d'inaspettato catturò la mia attenzione, facendomi dimenticare per un attimo le preoccupazioni: il cielo era un mulinare di germogli rosa pallido. Sorrisi. Proprio come la neve, pensai con un sospiro. «Mamma?» squittì la vocina di Daniel, da sotto le coperte. Scostai la trapunta blu, piena di rattoppi, scoprendo il suo viso bellissimo, incorniciato di boccoli biondi e morbidi come quelli di un angioletto. Ormai aveva tre anni, guance rosee e paffute e occhi di un azzurro così intenso da togliere il fiato, ma quando dormiva aveva la stessa espressione del giorno in cui era venuto al mondo. A volte, all'alba, entravo in punta di piedi nella sua stanza e lo guardavo, stretto al suo orsetto di pezza, che aveva un orecchio strappato e il fiocco di velluto blu ormai logoro, ma lui non se ne separava mai. «Che c'è, tesoro?» gli chiesi, mentre m'inginocchiavo accanto al letto in legno di pino, lanciando un'altra occhiata fuori, preoccupata per il tempaccio che infuriava. Che razza di madre sono, a lasciarlo qui tutto solo in una notte del genere? mi chiesi, sospirando. Del resto, che alternative avevo? Caroline faceva l'ultimo turno e io non potevo portarmelo di nuovo in albergo, non dopo quello che era successo il finesettimana precedente. Estella lo aveva trovato a dormire nella suite del nono piano e lo aveva scacciato dal piumino caldo come se fosse stato un topo sorpreso col muso in un barattolo di farina. Daniel si era spaventato a morte e io per poco non avevo perso il posto. Feci un respiro profondo. No, sarebbe stato benissimo lì a casa, il mio piccolo angelo, al caldo e al sicuro nel suo lettino. Avrei chiuso la porta a chiave. I muri erano sottili, ma la porta, quella sì, era robusta. Mogano massiccio, con una bella serratura in ottone. Trasalimmo entrambi quando sentimmo bussare, di sotto. Un martellare incalzante, ostinato, violento. Daniel fece una smorfia. «È di nuovo lui, mamma? È l'uomo cattivo?» mi chiese, la voce ridotta a un sussurro. Gli posai un bacio sulla fronte, cercando di nascondere la paura che mi schiacciava il petto. «Stai tranquillo, amore mio. Forse è solo zia Caroline. Tu stai qui, vado a vedere», gli dissi, prima di alzarmi. Scesi le scale e per un attimo rimasi paralizzata in soggiorno, chiedendomi che cosa fare. I colpi alla porta continuavano, ancora più forti e rabbiosi. Sapevo chi era, e che cosa voleva. Guardai la mia borsetta: non c'era che un dollaro, dentro, al massimo due. Ero in ritardo con l'affitto di tre settimane; finora avevo tenuto a bada Mr Garrison accampando scuse, ma adesso... E la mia paga se n'era andata per fare la spesa e per comprare un paio di scarpe nuove a Daniel. Non poteva più andarsene in giro con quelle ciabattine minuscole, poveretto.
Toc, toc, toc...
I colpi sembravano riecheggiare il battito del mio cuore, da quanto era forte. Non avevo scampo, intrappolata fra quei muri che sembravano una gabbia di ferro, o una rete coperta di ruggine. Che cosa potevo fare? mi chiesi, terrorizzata. D'istinto, abbassai lo sguardo sul polso. Quel bracciale d'oro, sul quale erano incastonati tre deliziosi zaffiri, era un regalo del padre di Daniel. Quella notte ormai lontana, all'Olympic Hotel, ero stata un'ospite, non una cameriera in divisa nera e grembiule bianco. E, quando, dopo aver aperto l'astuccio blu, lui mi aveva agganciato il bracciale al polso, per la prima volta mi ero sentita degna d'indossare un gioiello del genere. Non avevo mai visto niente di così bello. Allora mi sembrava persino sciocco pensare che avrei potuto... Strinsi forte le palpebre, mentre i colpi continuavano. Stavo per sganciare il fermaglio, ma mi bloccai, scuotendo la testa. No, non potevo darlo a lui, non potevo arrendermi così. Avrei trovato un'altra soluzione, mi dissi, nascondendo il bracciale sotto il polsino del vestito. Con un respiro profondo, mi avvicinai lentamente alla porta e feci scattare la serratura. I cardini cigolarono e mi ritrovai di fronte Mr Garrison, fermo nel corridoio. Non era difficile capire perché Daniel ne avesse così paura: era un uomo alto e corpulento, col volto severo quasi del tutto coperto da una barba grigia e incolta, che lasciava a stento intravedere le guance rubizze e butterate e gli occhi scuri, dallo sguardo ostile. Nel fiato rancido si avvertiva la traccia resinosa del gin fatto in casa, a indicare che era appena uscito dal locale al piano di sotto. Eravamo ancora sotto il regime austero del Proibizionismo, ma la polizia di solito chiudeva un occhio, in quella zona della città. «Buonasera, Mr Garrison», dissi, con tutta la dolcezza che riuscii a radunare. Lui fece un passo in avanti, piazzando sulla soglia il grosso stivale dalla punta rinforzata. «Si risparmi i convenevoli. Dove sono i miei soldi?» «Ecco... Le posso spiegare... So che sono in ritardo con l'affitto, ma è stato un mese davvero difficile per noi, e...» iniziai, con voce tremante. «Questa storia l'ho già sentita la scorsa settimana», ribatté lui, asciutto. Mi spinse da un lato e andò a curiosare in cucina, dove addentò la sottile fetta di pane che avevo tolto dal forno poco prima. La mia cena. Aprì la ghiacciaia e aggrottò la fronte, quando vide che non c'era nemmeno un panetto di burro. «Glielo chiedo un'altra volta: dove sono i miei soldi?» incalzò, con la bocca piena. Strinsi la mano sul bracciale, mentre fissavo il muro scrostato dietro di lui, con lo zoccolo coperto di graffi. E adesso che cosa gli dico? Che cosa posso fare? Lui scoppiò in una risata gutturale.
«Come immaginavo. Ladra e anche bugiarda.»
«Mr Garrison, io...» Mi trapassò con uno sguardo lascivo, avvicinandosi tanto che sentii di nuovo il suo fiato pesante, e la barba che mi solleticava il mento. Mi afferrò il polso con un gesto brutale, mentre il bracciale scivolava sotto la manica. «Lo sapevo, che saremmo arrivati a questo punto.» Con l'altra mano – altrettanto rude e grassa – prese a frugarmi sotto il maglione, scoprendo il corsetto, e sganciò un bottone con l'indice. «Fortunatamente per lei, sono un uomo generoso, e le permetterò di pagarmi in un altro modo.» Feci un passo indietro, e in quel momento sentii dei rumori sulle scale.
«Mamma?»
«Daniel, amore, torna a letto. Arrivo subito», dissi, cercando di non perdere la
calma.
«Mamma...» ripeté lui, la voce incrinata dal pianto.
«Tesoro, è tutto a posto, credimi. Ti prego, torna a letto», lo implorai, sperando che non si accorgesse del terrore che provavo. Non potevo lasciare che assistesse a quella scena o, peggio ancora, che Mr Garrison gli facesse del male.
«Mamma, ho paura», ribatté Daniel, la voce soffocata dall'orsetto di pezza che
teneva stretto davanti alla faccia. Mr Garrison si schiarì la gola, rassettandosi il soprabito. «Be', visto che non è capace di tenerlo a bada, sarò costretto a tornare. E stia tranquilla che lo farò», ringhiò, rivolgendo a Daniel un'occhiata torva, neanche avesse davanti un insetto fastidioso. Si voltò di nuovo verso di me, fissandomi come se fossi un pezzo di carne che soffriggeva in padella. «Tornerò a prendere quello che mi spetta», aggiunse, prima di uscire.
«Sì, Mr Garrison», risposi, annuendo debolmente. Con le mani che tremavano, richiusi la porta dietro di lui, mentre l'eco dei suoi passi si allontanava lungo il corridoio. Feci un respiro profondo, cercando di calmarmi, e mi asciugai la lacrima che mi rigava la guancia prima di girarmi verso Daniel e correre da lui. Quando lo raggiunsi lo abbracciai forte, cullandolo tra le braccia.
«Tesoro... Hai avuto paura, amore mio? Ma non devi averne, c'è la mamma, qui con te. Non ce
n'è motivo.»
«Ma quello è un uomo cattivo. Ti ha fatto male, mammina?» chiese, piagnucolando.
«No, piccolo mio, la mamma non glielo permetterebbe mai», dissi, mentre mi sganciavo il bracciale dal polso, raccogliendolo nel palmo della mano. Daniel alzò lo sguardo verso di me, confuso. Guardai quegli occhi grandi e innocenti, rimpiangendo di non potergli dare una vita diversa. Né a lui, né a me stessa.
«La mamma adora questo bracciale, amore mio. Voglio solo metterlo al sicuro.»
Lui sembrò rifletterci per qualche istante. «Hai paura di perderlo?»
«Esatto.» Mi rialzai, prendendo Daniel per mano. «Ti va di aiutare la mamma? Lo mettiamo nel nostro posto segreto?»
Daniel annuì e ci avvicinammo al sottoscala. Una mattina, giocando, Daniel aveva trovato uno scomparto segreto, non più grande di una cappelliera, e avevamo deciso che ne avremmo fatto il nostro nascondiglio. Lui ci teneva la sua stravagante collezione di tesori: la penna blu di una sialia trovata in strada, una latta di sardine che aveva riempito di sassolini e altre cianfrusaglie, tra le quali un segnalibro, un nichelino nuovo di zecca e una conchiglia schiarita dal sole, che era diventata di un bianco abbagliante. Io invece ci avevo messo il suo certificato di nascita e altri documenti, e ora ci infilai anche il bracciale. 
«Ecco fatto», dissi, mentre chiudevo lo sportellino, meravigliandomi ancora una volta del modo in cui rimaneva mimetizzato tra i pannelli che rivestivano il muro. Non riuscivo a immaginare come Daniel lo avesse scoperto.
«Mamma, mi canti una canzone?» mi chiese lui, appoggiandomi la testa sul petto. Annuii, mentre gli ravviavo i capelli sulla fronte; era incredibile quanto assomigliasse al padre. Se solo Charles fosse qui... mi dissi, ma un attimo dopo allontanai quel pensiero, iniziando a cantare: «Hushaby, don't you cry, go to sleepy, little Daniel. When you wake, you shall take all the pretty little horses». La filastrocca riuscì a calmare entrambi. Al quarto verso, gli occhi di Daniel si fecero pesanti. Lo presi in braccio e lo riportai in camera sua, infilandolo di nuovo
sotto la trapunta. Il suo volto s'incupì quando si accorse che indossavo la divisa nera e la crestina bianca. «Non andare, mammina.»
«È solo per poco, amore mio.» Gli accarezzai il mento e gli posai un bacio sulle guance morbide e fresche. Daniel affondò il viso nell'orsacchiotto di pezza, strofinandosi contro il bottone che gli faceva da naso; un gesto che ripeteva sempre.
«Non voglio...» iniziò a dire, mentre la sua mente di bambino si affannava a cercare le parole più adatte.
«Ho tanta paura, quando vai via.»
A fatica, ricacciai indietro le lacrime. «Lo so, tesoro, ma devo andare, proprio perché ti voglio bene. Un giorno lo capirai.»
«Mamma, Eva dice che la notte vengono i fantasmi», insistette lui, lanciando un'occhiata alla finestra.
Fuori, la bufera ormai infuriava. Sgranai gli occhi. Eva, la figlia di Caroline, aveva un'immaginazione davvero
fervida, per essere una bambina di nemmeno quattro anni.
«Che cosa ti ha detto, questa volta?» Daniel esitava, come se stesse valutando l'opportunità di rispondere. «Ecco... Quando giochiamo, certe volte c'è qualcuno che ci guarda. È un fantasma?»
«Di chi parli, tesoro?»
«Della signora.»
Mi chinai, guardandolo dritto negli occhi. «Quale signora, Daniel?» Lui arricciò il naso. «Quella del parco. Non mi piace il suo cappello, mamma, ha tante piume. Ha ucciso un uccellino? A me piacciono gli uccellini.»
«No, tesoro», gli risposi, ripromettendomi di parlare con Caroline a proposito delle storie che s'inventava sua figlia. Avevo il sospetto che gli incubi di cui Daniel soffriva negli ultimi tempi fossero causati proprio da quelle. «Tesoro, che cosa ti ha detto la mamma, sul fatto di parlare con gli sconosciuti?»
«Ma io non ci ho parlato!»
«Bravo bambino.» Gli passai una mano tra i capelli. Lui annuì, e con un sospiro abbandonò la testa sul cuscino. Gli infilai l'orsacchiotto sotto il gomito.
«Guarda, vedi che non sei solo? C'è Max, qui con te», gli dissi, incapace di nascondere il tremito nella voce.
Daniel si strinse l'orsetto contro il viso e sorrise. «Max.»
Mi alzai. «'Notte, tesoro.»
«'Notte, mamma.»
Stavo per chiudere la porta, cercando di non far rumore, quando la sua voce ovattata gridò: «Aspetta!»
«Che c'è, amore?» gli chiesi, sporgendomi di nuovo nella stanza.
«Bacino a Max.»
Tornai dentro e mi chinai sul letto, mentre Daniel mi premeva l'orsetto sulle labbra. «Ti voglio bene, Max. Ti voglio bene, Daniel. Non immagini nemmeno quanto», sussurrai, mentre uscivo. Scesi le scale in punta di piedi, misi un altro ceppo di legna nel camino e, recitando una preghiera silenziosa, uscii dalla porta, chiudendola a chiave. Era solo un turno, e sarei tornata prima dell'alba. Mi voltai a guardare l'uscio, dietro di
me, e scossi la testa, allontanando i miei cupi pensieri. Non avevo scelta. E lui era al sicuro, lì. Sano e salvo.


Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono