venerdì 29 novembre 2013

Assaggi di lettura: Il diario di velluto cremisi di Sara Jio


Buongiorno lettori di Bookcret,
a breve Pam pubblicherà la sua recensione di Beautiful Bastard ma, nel frattempo vi posto il primo capitolo del libro che andrò a recensire per voi domani, Il diario di velluto cremisi di Sara Jio.


I capitolo:


«Mi sembra che ci siamo», disse Joel, sporgendosi dalla porta dell'appartamento. Si guardò intorno, quasi stesse cercando di memorizzare ogni dettaglio di quella casa su due livelli, tipica della New York fin de siècle, che avevamo comprato e restaurato insieme cinque anni prima, in tempi ben più felici. Era uno spettacolo: l'ingresso col suo arco elegante, la bella mensola del camino, scovata in un negozio di antiquariato nel Connecticut e portata a casa con la stessa cura che avremmo riservato a un tesoro, l'opulenza delle pareti della sala da pranzo... Eravamo stati a lungo incerti sul colore e infine avevamo scelto un rosso marocco, che dava alla stanza un'atmosfera malinconica ed eccentrica insieme, un po' come il nostro matrimonio. Osservando il risultato, Joel aveva deciso che virava troppo all'arancione. Io invece avevo pensato che era semplicemente perfetto.
I nostri occhi s'incontrarono, ma io abbassai in fretta lo sguardo sul dispenser che avevo in mano e staccai un altro pezzo di nastro adesivo, appiccicandolo sullo scatolone. Era l'ultimo contenitore della roba di Joel, roba che lui era venuto a riprendersi. «Un momento», dissi, ricordandomi di un libro rilegato in pelle blu che avevo visto in un altro scatolone, ormai chiuso. «Hai mica preso la mia copia di Years of Grace, vero?» gli chiesi in tono accusatorio, fissandolo.
Avevo letto quel romanzo sei anni prima, durante la nostra luna di miele a Tahiti. Ma non era certo il ricordo del viaggio che volevo evocare attraverso le pagine consunte di quel volume. Chissà com'era finito lì, nella polverosa catasta di libri a disposizione degli ospiti del resort, quel romanzo della vincitrice del premio Pulitzer del 1931, Margaret Ayer Barnes. Eppure, quando l'avevo tirato fuori dal mucchio e lo avevo aperto, facendone scricchiolare il fragile dorso, avevo sentito una stretta al cuore e provato un senso di familiarità tanto inspiegabile quanto profondo. La storia raccontata in quelle pagine, una toccante vicenda di amore, di perdita e di accettazione, di passioni segrete e di pensieri forti e mai espressi, aveva cambiato per sempre il modo in cui vedevo la mia scrittura. Forse era addirittura stata la ragione per cui avevo smesso di scrivere. Joel non aveva mai letto il libro, e io ne ero contenta. Era una cosa troppo intima per condividerlo con lui. Come se quelle fossero le pagine di un mio ipotetico diario.
Sollevai il nastro adesivo e aprii lo scatolone, frugandoci dentro. Quando trovai il romanzo, mi concessi un sospiro che rese palpabile tutto il mio sconforto.
«Scusa», mormorò Joel. «Non mi ero reso conto che tu...»
Non si era reso conto di un sacco di cose su di me. Strinsi saldamente il libro, poi sigillai di nuovo lo scatolone. «Immagino sia tutto», dissi, alzandomi.
Mi rivolse un'occhiata circospetta, e io stavolta lo fissai. Per qualche altra ora – almeno fino al pomeriggio, finché non avessi firmato le carte del divorzio – sarebbe stato ancora mio marito. Ma era difficile guardare quegli occhi marroni sapendo che mio marito mi stava lasciando. Per un'altra donna. Come siamo arrivati a questo punto?
Continuavo a rivedere nella mente la scena finale della nostra storia, proprio come se fosse un film. Era un piovoso lunedì mattina di novembre e io stavo mettendo il tabasco sulle uova strapazzate, come piaceva a lui. Era stato allora che mi aveva detto di Stephanie. Di come lo faceva ridere. Di come lo capiva. Di come loro due coincidevano. Immaginai due pezzi di Lego che s'incastravano e rabbrividii. Buffo: se ripenso a quella mattina, riesco a sentire l'odore di uova bruciacchiate e tabasco. Se avessi saputo che quello sarebbe stato l'odore della fine del mio matrimonio, avrei fatto i pancake.
Gli occhi di Joel erano tristi e incerti. Forse, se mi fossi gettata tra le sue braccia, mi avrebbe stretto a sé con lo slancio di un marito pentito, non se ne sarebbe andato, non avrebbe chiuso la nostra storia. Ma ormai il danno è fatto, mi dissi. Il nostro destino è deciso. «Addio, Joel», mormorai. Il cuore mi diceva di chiedergli di rimanere, ma il mio cervello aveva più buon senso. Lui aveva bisogno di andarsene.
Sembrò ferito. «Emily, io...»
Cercava comprensione? Voleva una seconda possibilità? Non lo sapevo. Allungai la mano, come per impedirgli di andare avanti. «Addio», ripetei, facendo appello a tutte le mie forze.
Lui annuì, poi si girò. Serrai gli occhi. Sentii il rumore della porta che si apriva e si richiudeva. Poi quello della chiave che girava nella serratura. Quel gesto mi fece quasi arrestare il cuore nel petto. Gli importa ancora di me... Be', se non altro, gli importa della mia sicurezza. Scossi la testa e mi dissi che dovevo far cambiare la serratura al più presto. Poi ascoltai i suoi passi che si allontanavano finché anche quel suono non venne cancellato dai rumori della strada.
Quando il telefono trillò, mi resi conto che ero seduta sul pavimento, completamente assorta nella lettura di Years of Grace. Da quanto tempo Joel se n'era andato? Da pochi minuti? Da un'ora? Non avrei saputo dirlo.
«Allora, arrivi?» Era Annabelle, la mia migliore amica. «Mi hai promesso che non avresti firmato le carte del divorzio da sola.»
Disorientata, guardai l'orologio. Avrei dovuto incontrarla al ristorante quasi un'ora prima. «Scusa, Annie...» borbottai, cercando le chiavi nella borsetta e vedendo così la temuta busta gialla. «Tra poco sono lì.» Il Calumet, il nostro locale preferito per il pranzo, era a quattro isolati dal mio appartamento.
«Ti ordino qualcosa da bere.»
Dieci minuti dopo, Annie mi accolse con un abbraccio. «Hai fame?» chiese, dopo che ci fummo sedute.
«No», sospirai.
Lei aggrottò le sopracciglia. «Carboidrati», dichiarò, passandomi il cestino del pane. «Hai bisogno di carboidrati. Allora: dove sono quelle carte? Facciamola finita.»
Estrassi la busta dalla borsetta e la misi sul tavolo, fissandola come se fosse un candelotto di dinamite.
«Ti rendi conto che è tutta colpa tua?» chiese Annabelle, con un mezzo sorriso.
Le lanciai un'occhiataccia. «Come sarebbe a dire?»
«Non si sposano uomini di nome Joel», continuò, in tono di disapprovazione. «Puoi uscire con un Joel, lasciare che ti offra un drink, che ti compri un bel gingillo da Tiffany, ma non lo puoi sposare.» Annabelle stava lavorando al suo PhD in antropologia sociale. Nei due anni di ricerca, aveva analizzato una valanga di dati su matrimoni e divorzi, ma l'aveva fatto in modo non convenzionale. Ed era giunta alla conclusione che la durata di un matrimonio era direttamente correlata al nome di battesimo dell'uomo. Con un Eli, era probabile che la felicità coniugale durasse 12,3 anni. Con un Brad? 6,4 anni. Con uno Steve? Tutto languiva dopo appena quattro anni. E, sempre secondo Annabelle, non bisognava mai – mai – sposare un Preston.
«Ripetimi un po' cosa dicono i tuoi dati riguardo agli uomini di nome Joel.»
«Durata del matrimonio: 7,2 anni», dichiarò in tono pragmatico.
Annuii. Eravamo stati sposati per sei anni e due settimane.
«Dovresti trovarti un Trent», continuò.
Feci una smorfia. «Odio quel nome.»
«Okay, allora un Edward o un Bill oppure... ecco, sì, un Bruce», esclamò. «Questi sono marchi di longevità coniugale.»
«E sono anche nomi un po'... passati di moda», commentai, sarcastica. «Forse dovresti portarmi a caccia di mariti in una casa di riposo.»
Annabelle è alta e sottile e molto bella, sul tipo Julia Roberts: lunghi capelli bruni ondulati, pelle di porcellana e intensi occhi scuri. A trentatré anni, non è mai stata sposata. La ragione – direbbe lei – è il jazz. Non è ancora riuscita a trovare un uomo cui piacciano Miles Davis e Herbie Hancock tanto quanto piacciono a lei.
Fece un cenno al cameriere. «Altri due, per favore.» Lui portò via in fretta il mio Martini, lasciando un cerchio umido sul tavolo.
«È ora», mormorò Annabelle.
La mia mano tremava un po' mentre la infilavo nella busta e tiravo fuori un fascio di documenti spesso un centimetro. L'assistente del mio avvocato aveva segnato tre pagine con vari post-it rosa shocking su cui c'era scritto FIRMARE QUI.
Presi una penna dalla borsetta. Sentii un groppo in gola quando apposi la mia firma sulla prima pagina e poi sulla successiva e poi su quella successiva ancora. Emily Wilson, con una y allungata e una n decisa. Firmavo così fin dalla quinta elementare. Poi scarabocchiai la data: 28 febbraio 2005.
Il giorno in cui il mio matrimonio era stato seppellito.«Brava», esclamò Annabelle, spingendo verso di me un altro Martini. «Allora, hai intenzione di scrivere su Joel?»
Essendo io una scrittrice, anche lei – come tutti quelli che conoscevo – pensava che la miglior vendetta sarebbe stata un romanzo che, in modo sottilmente velato, descrivesse la mia relazione con Joel.
«Di materiale ne hai. Però cambiagli il nome», continuò. «Magari chiamalo Joe e descrivilo come un cretino totale.» Mangiò un boccone e quasi le andò di traverso, prima che dicesse, ridendo: «Un cretino totale con problemi di erezione».
Vendetta o non vendetta, non pensavo affatto a un romanzo su Joel. Sarebbe stato un libro orribile. Ma il problema era un altro: ammesso di riuscire a scrivere qualcosa, già sapevo che sarebbe stato del tutto privo di slancio, d'ispirazione. Lo sapevo perché, negli ultimi otto anni, ci avevo provato: mi svegliavo, mi sedevo alla scrivania e rimanevo lì, immobile, a fissare lo schermo vuoto. Qualche volta riuscivo a scrivere una bella frase o addirittura qualche bella pagina, ma poi mi bloccavo, come se fossi congelata. E non c'era verso di sciogliere il ghiaccio. La mia terapista, Bonnie, lo chiamava «blocco clinico dello scrittore». Come dire: «blocco terminale». La mia musa si era ammalata e la sua prognosi non era delle migliori.
Otto anni prima avevo scritto un romanzo che era diventato un best seller. Otto anni prima ero al culmine della felicità. Ero magra – non che adesso sia grassa... be', forse sulle cosce sì, un pochino – ed ero entrata nella classifica del New York Times dei libri più venduti. E, se il New York Times avesse avuto la classifica delle vite più felici, sarei stata pure in quella.
Dopo il successo di In cerca di Ali Larson – questo era il titolo del mio romanzo –, la mia agente mi aveva detto che i lettori volevano un sequel. E che il mio editore era disposto a raddoppiarmi l'anticipo. Ce l'avevo messa tutta, però non avevo trovato nient'altro da scrivere, nient'altro da dire. E, alla fine, l'agente aveva smesso di telefonarmi, l'editore aveva smesso di chiedermi quando avrei consegnato il libro e i lettori avevano smesso d'interessarsi a un seguito. Le uniche prove che la mia vita precedente non era stata un semplice parto della mia fantasia erano i pagamenti dei diritti d'autore che arrivavano di tanto in tanto e le sporadiche lettere di un certo Lester McCain, convinto di essersi innamorato di Ali, la protagonista.
Ricordo ancora l'eccitazione provata quando, alla festa per l'uscita del mio libro, avevo conosciuto Joel. Eravamo al Madison Park Hotel e lui era stato invitato a un cocktail party che si teneva in quello stesso albergo. A un certo punto, io mi ero fermata sulla soglia della sala. Indossavo un abito di Betsey Johnson, che nel 1997 era il non plus ultra: un vestito nero senza spalline per cui avevo speso una somma imbarazzante... Ma ne era valsa la pena. Era ancora nel mio armadio.
All'improvviso, provai il forte impulso di andare a casa e di bruciarlo.
«Sei favolosa», mi aveva mormorato lui, senza neppure presentarsi. Rammento benissimo cosa avevo provato. Probabilmente diceva così a tutte le donne che voleva abbordare... Anzi lo faceva di certo. Però mi ero sentita la donna più bella del mondo. Quello era il suo stile.
Pochi mesi prima, GQ aveva pubblicato un servizio sugli scapoli americani più appetibili. No, non la lista sulla quale, ogni due anni, figura George Clooney; questa era riservata agli uomini «normali»: c'erano un surfista di San Diego, un dentista della Pennsylvania, un insegnante di Detroit e, sì, un avvocato di New York, Joel. Si era piazzato tra i primi dieci. E, in qualche modo, io l'avevo acchiappato.
E adesso l'avevo perso.
Annabelle stava sventolando le mani. «Terra chiama Emily!»
«Scusa», dissi, rabbrividendo. «No, non scriverò su Joel.» Scossi la testa, infilai di nuovo i documenti nella busta, poi la misi nella borsetta. «Se scriverò ancora qualcosa, sarà diverso da qualsiasi storia che mi sia mai passata per la mente.»
«Ma... non stavi scrivendo il seguito del tuo romanzo?» chiese Annabelle, con uno sguardo confuso.
«Non più», risposi, piegando un tovagliolo di carta a metà e poi di nuovo a metà.
«Perché no?»
Sospirai. «Non ci riesco. Non posso costringermi a sfornare una montagna di frasi mediocri, anche se ciò significherebbe un bel contratto e migliaia di lettori col mio romanzo tra le mani durante le loro vacanze al mare. Te l'ho detto: ammesso e non concesso di riprendere a scrivere, racconterò una storia completamente diversa da quelle che ho raccontato finora.»
Annabelle pareva sul punto di alzarsi e applaudire. «Stai facendo un importante passo avanti», esclamò. «Ma figurati», commentai, cupa.
«Invece sì», replicò lei. «Analizziamo un po' questa cosa.» Congiunse le mani. «Hai detto che vuoi scrivere qualcosa di completamente diverso ma, secondo me, volevi dire che nel tuo romanzo non c'era cuore.»
«Forse», borbottai, con un'alzata di spalle.
Annabelle recuperò un'oliva dal Martini e se la infilò in bocca. «Perché non scrivi di qualcosa di cui t'importa veramente? Che ne so, di un posto o di una persona che ti hanno ispirato?»
«Non è quello che cercano di fare tutti gli scrittori?»
«Già.» Cacciò il cameriere con un'espressione che significava: «No, non vogliamo il conto», poi si girò di nuovo verso di me. «Ma ci hai provato sul serio? Voglio dire, il tuo romanzo era fantastico – lo era davvero, Em –, ma aveva qualcosa di veramente tuo?»
Aveva ragione. Era una bella storia... Era un best seller, che diamine. Allora perché non ne ero orgogliosa? Perché mi sembrava che non mi appartenesse?
«Ti conosco da un sacco di tempo, e so che quella vicenda non è nata dalla tua vita, dalle tue esperienze.»
Di nuovo, aveva ragione. Pensai ai miei genitori e ai miei nonni, poi scossi la testa. «È proprio questo il problema. Certi scrittori hanno molto cui attingere: una madre malvagia, un'infanzia avventurosa... La mia vita è stata il trionfo della banalità. Nessuna scomparsa, nessun trauma, neppure quello della morte di un cucciolo, per dire. Il gatto di mia madre, Oscar, ha ventidue anni. Non ho nulla d'interessante su cui basarmi. Credimi: ci ho pensato a lungo.»
«Sono convinta che tu non abbia abbastanza fiducia in te stessa», replicò. «Deve esserci qualcosa.»
Lasciai vagare la mente e, in quel preciso istante, ricordai la prozia Bee, la zia di mia madre, e la sua casa a Bainbridge Island, nello Stato di Washington. Quanto mi mancava l'isola... Com'era possibile che avessi lasciato passare tanti anni dalla mia ultima visita? Non avendo avuto figli, Bee aveva riversato tutto il suo affetto su di me e su mia sorella Danielle. Ci aveva sempre mandato biglietti di compleanno che custodivano fruscianti banconote da cinquanta dollari, incredibili regali di Natale e persino dolci a San Valentino; d'estate, quando andavamo a trovarla sull'isola, infilava dei cioccolatini sotto i nostri cuscini, scatenando le ire di mia madre, che gridava: «Ma si sono appena lavate i denti!»
Bee era sempre stata un'anticonformista. E, anche se non la vedevo da parecchio, ero sicura che quella donna di ottantacinque anni si comportava ancora come se ne avesse ventinove. Eppure c'era sempre stato qualcosa di strano in lei. A volte parlava troppo e altre volte era silenziosissima. Alternava slanci di generosità ad atteggiamenti egoistici. Era affettuosa, ma anche irritabile. E poi c'erano i suoi segreti. A me bastava il fatto che ne avesse a rendermela cara, però capivo che non per tutti era così. Mia madre sosteneva che quel modo di comportarsi dipendeva dal fatto che Bee aveva vissuto troppo a lungo da sola, diventando indifferente alle proprie manie. Io non ne ero così sicura, forse perché ero preoccupata all'idea di rimanere zitella. Mi limitavo a tenere gli occhi aperti in attesa di qualche segno premonitore.
Bee... Me la vedevo, seduta al tavolo di cucina. Da quando la conoscevo, la sua colazione non era mai cambiata: pane preparato con lievito naturale, tostato e spalmato con burro e miele. Affettava il pane, di un colore bruno dorato, in quattro quadratini e li disponeva su un foglio di carta da cucina piegato a metà. Poi, su ogni pezzo, metteva un grosso ricciolo di burro ammorbidito, spesso come la glassa su un cupcake, e infine una bella cucchiaiata di miele. Da bambina, gliel'avevo visto fare centinaia di volte e, adesso, se sono malata, il pane preparato con lievito naturale, tostato e con burro e miele ha per me la stessa efficacia di una medicina.
Bee non era mai stata bella: più alta di molti uomini, aveva un viso troppo largo, spalle troppo ampie e denti troppo grandi. Tuttavia le foto in bianco e nero di quand'era giovane rivelavano qualcosa, un barlume di grazia e di fascino... anche se forse, a vent'anni, tutte le donne possiedono qualcosa di simile. Rammentavo bene una foto che la ritraeva proprio a quell'età, e che era appesa nel corridoio della casa della mia infanzia, a Portland, nell'Oregon: non esattamente al posto d'onore, dato che bisognava salire su una scaletta per vederla bene. In quella foto, racchiusa in una cornice coperta di conchiglie, c'era una Bee che non avevo mai conosciuto. Era seduta con un gruppo di amici su un telo da spiaggia; sembrava spensierata e sorrideva in modo seducente, con una mano intrecciata alla collana di perle che le cingeva il collo. Un'altra donna si sporgeva verso di lei, sussurrandole qualcosa all'orecchio. Un segreto, avevo sempre pensato. Gli occhi di Bee avevano una luce che non avevo mai colto in lei quando guardava zio Bill. Mi ero sempre chiesta chi avesse scattato quella foto, chi lei stesse guardando con quell'intensità.
«Cos'ha detto?» L'avevo chiesto un giorno di tanti anni prima a mia madre, scrutando dal basso la fotografia.
La mamma non aveva alzato lo sguardo dal bucato che stava riponendo. «Cos'ha detto chi?»
Avevo indicato la donna vicino a Bee. «La bella signora che sussurra all'orecchio di zia Bee.»
La mamma era venuta accanto a me poi, allungandosi in punta di piedi, aveva tolto la polvere dalla cornice col bordo del suo pullover. «Non lo sapremo mai», aveva commentato, guardando la foto con palpabile rammarico.
Bee era vedova di Bill, un eroe della seconda guerra mondiale. Qualcuno diceva che avesse sposato Bee perché lei era ricca, ma io non ci credevo. Durante le estati della mia infanzia, avevo visto il modo in cui la baciava e come le cingeva la vita. L'aveva amata, non c'erano dubbi. Mia madre, però, disapprovava quel matrimonio, perché era convinta che Bill avrebbe potuto trovare di meglio. Per lei, Bee era troppo anticonformista, troppo fuori luogo, troppo impudente, troppo tutto.
Eppure avevamo continuato a far visita a Bee, un'estate dopo l'altra, anche dopo che zio Bill era morto, quando io avevo appena nove anni. Quel luogo aveva un fascino impalpabile: i gabbiani che volavano altissimi nel cielo, i giardini incolti e rigogliosi, l'odore del Puget Sound, il mormorio ammaliante delle onde che s'infrangevano sulla riva, la grande cucina con le finestre che si affacciavano sulle acque grigie... A me e a Danielle piaceva e, nonostante le sue perplessità su Bee, sapevo che quel posto piaceva anche a mia madre. Aveva un effetto tranquillizzante su tutte noi.
Annabelle mi rivolse uno sguardo d'intesa. «Hai trovato una storia?»
Sospirai. «Forse», risposi, evasiva.
«Perché non fai un viaggio? Hai bisogno di andar via da qui, di sgombrare la testa.»
Feci una smorfia. «E dove dovrei andare?»
«Da qualche parte, lontano da New York.»
Aveva ragione. La Grande Mela era un'amica solo se le cose ti andavano bene. Era una città che amava i vincitori e prendeva a calci i perdenti. «Vieni con me?» Immaginai noi due su una spiaggia tropicale, armate di cocktail con tanto di ombrellino.
Scosse la testa.
«Perché?» Mi sentivo come una cagnolina spaventata, sperduta, desiderosa che qualcuno le mettesse un collare e le dicesse dove andare, cosa fare, come essere.
«Non posso venire con te perché hai bisogno di startene per conto tuo.»
La fissai, turbata. «Perché?» ripetei.
Lei mi guardò dritto negli occhi, come se volesse stampare nella mia mente ogni sillaba di quello che stava per dire. «Em, il tuo matrimonio è finito e... Be', insomma, e tu non hai versato nemmeno una lacrima.»
Mentre tornavo al mio appartamento, riflettei su quello che mi aveva detto Annabelle e mi ritrovai a ripensare a Bee. Com'è possibile che io abbia lasciato passare tanti anni senza mai andare a trovarla?
Sentii un rumore acuto, stridulo sopra la mia testa, l'inconfondibile stridio del metallo contro il metallo, e alzai lo sguardo. Sul tetto di un caffè, una banderuola segnavento di rame, a forma di anatra, roteava vorticosamente; le intemperie l'avevano coperta di una spessa patina grigioverde.
Mi resi conto che il mio cuore aveva accelerato i battiti. Avevo già visto quella cosa ma... dove? Poi, improvvisamente, ricordai. Il quadro di Bee. Avevo dimenticato il dipinto a olio che mi aveva regalato quand'ero piccola, una tela di una decina di centimetri per venti. A quell'epoca, lei dipingeva; il fatto che mi avesse scelto come custode della sua opera d'arte mi aveva riempito d'orgoglio. L'avevo definita un capolavoro, e lei aveva sorriso.
Chiusi gli occhi e rividi il quadro in ogni dettaglio: la banderuola segnavento a forma di anatra, appollaiata in cima a un vecchio cottage sulla spiaggia, e una coppia, mano nella mano, sulla riva... D'un tratto, avvertii un profondo senso di colpa. Dov'era finito quel quadro? L'avevo messo da parte dopo che io e Joel ci eravamo trasferiti nell'appartamento e dopo che lui aveva detto che non ci sarebbe stato bene. Proprio come mi ero tenuta lontana dall'isola che tanto avevo amato da bambina, così avevo messo via le reliquie del mio passato, chiudendole in una scatola. Perché? Per cosa?
Accelerai il passo... quasi mi misi a correre. Anche il quadro di Bee è finito in uno scatolone di Joel, com'è successo a Years of Grace? L'ho forse messo per errore insieme coi libri e con gli abiti che ho dato in beneficenza? Una volta entrata nell'appartamento, salii in camera da letto e spalancai la porta dell'armadio a muro. Lì, sul ripiano più alto, c'erano due scatoloni. Ne tirai giù uno e ci rovistai dentro: qualche animaletto di pezza, una scatola di vecchie polaroid, e ritagli dei due anni in cui avevo scritto per il giornale del college, sufficienti a riempire diversi taccuini. Ma nessun quadro. Allora mi allungai per prendere il secondo scatolone. Conteneva una bambola Raggedy Ann, una scatola di bigliettini «d'amore» che risalivano alle scuole medie, e il mio amatissimo diario di Fragolina Dolcecuore, che avevo conservato fin dai tempi delle elementari. Nient'altro.
Come posso averlo perso? Sono davvero stata così stupida da buttarlo via? Mi alzai in punta di piedi, dando un'ultima controllata all'armadio... e un sacchetto di plastica, in fondo, contro il muro, attirò la mia attenzione. Con rinnovata speranza, lo tirai fuori.
Dentro il sacchetto, avvolto in un telo da spiaggia rosa e turchese, c'era il quadro. Provando una fitta al cuore, lo sollevai per guardarlo meglio. La banderuola a forma di anatra. La spiaggia. Il vecchio cottage. Erano tutti come li ricordavo. La coppia, invece... Avevo sempre immaginato che i soggetti ritratti fossero la stessa Bee e zio Bill. E non c'erano dubbi sul fatto che la donna fosse Bee, con le lunghe gambe e i pinocchietti celesti quelli che lei definiva «i miei pantaloni estivi». Ma l'uomo non era zio Bill. Come mi era potuta sfuggire una cosa simile? I capelli di Bill erano chiari, di un biondo sabbia. Quell'uomo, invece, aveva una chioma scura, folta e ondulata. Chi è? E perché Bee si è ritratta con lui?
Senza preoccuparmi di rimettere a posto la roba e gli scatoloni, e col quadro sottobraccio, andai al pianterreno. Presi il telefono e composi quel numero ancora così familiare, poi trassi un lungo respiro, ascoltando il suono del primo squillo e quello del secondo.
«Pronto?» La sua voce non era cambiata. Bassa e forte, ma in fondo dolce.
«Bee, sono io, Emily», esordii, un po' tremolante. «Mi spiace che sia passato tanto tempo. È solo che io...»
«Ma figurati, cara. Non c'è bisogno che ti scusi. Hai ricevuto la mia cartolina?»
«Come?»
«Sì, la mia cartolina. L'ho spedita la settimana scorsa, dopo che ho saputo.»
«Hai saputo?» ripetei. Non avevo detto a moltissime persone che stavo per firmare le carte del divorzio. Non lo sapevano i miei genitori, a Portland. Non lo sapeva mia sorella Danielle, a Los Angeles, la donna che aveva figli perfetti, un marito adorante e un orto biologico. Non lo sapeva la mia psicanalista. Eppure non ero sorpresa che la notizia fosse arrivata a Bainbridge Island.
«Sì», rispose. «E mi sono chiesta se saresti venuta a trovarmi.» Fece una pausa. «L'isola è un posto meraviglioso per curare le ferite.»
Feci scorrere il dito lungo il bordo del quadro. Quanto avrei voluto essere là, a Bainbridge Island, nella grande, calda cucina di Bee.
«Quando arrivi?» Dritta al punto, come sempre.
«Domani è troppo presto?»
«Domani è il primo di marzo, e marzo è il mese in cui lo Stretto è al suo meglio, cara», rispose. «È pieno di vita.»
Sapevo cosa voleva dire. Le acque grigie e inquiete. Le alghe e i cirripedi. Riuscivo quasi a sentire il sapore dell'aria salmastra. Bee credeva che il Puget Sound fosse una specie di panacea. E sapevo che, al mio arrivo, mi avrebbe spinto a togliermi le scarpe e a sguazzare nell'acqua, anche se fosse stata l'una del mattino, anche se ci fossero stati non più di sei gradi, com'era assai probabile.
«Ah, Emily?» «Sì?»
«Dobbiamo parlare di una cosa importante.»
«Di cosa?»
«Non ora. Non al telefono. Quando arriverai qui, cara.»
Dopo aver riagganciato, aprii la cassetta della posta e vi trovai l'estratto conto della carta di credito, un catalogo di Victoria's Secret – indirizzato a Joel – e una grossa busta quadrata. Riconobbi l'indirizzo del mittente e mi ci volle un attimo per ricordare dove l'avessi già visto: sui documenti del divorzio. C'era da dire che l'avevo anche cercato su Google la settimana prima. Era l'indirizzo della nuova casa di Joel, sulla 57th Street. Quella che divideva con Stephanie.
Fu come una botta d'adrenalina. Joel stava forse cercando un modo per riavvicinarsi a me? E lo faceva con una lettera, un biglietto... no, meglio, col primo indizio di una romantica caccia al tesoro: un invito a incontrarlo da qualche parte in città, dove ci sarebbe stato un altro indizio, e poi, dopo altri quattro, ci sarebbe stato lui, che mi aspettava davanti all'hotel dove ci eravamo conosciuti. E avrebbe avuto in mano una rosa... no, un cartello: MI DISPIACE. TI AMO. PERDONAMI. Sì, proprio così. Sarebbe stato il finale perfetto di una tormentata storia d'amore. Ce lo meritiamo, un lieto fine, Joel, mi ritrovai a sussurrare mentre passavo il dito lungo la busta. Mi ama ancora. Prova ancora qualcosa per me.
Tuttavia, quando sollevai il lembo della busta e ne tirai fuori un biglietto dorato, tutto crollò. Rimasi a fissare quel pezzo di carta, immobile.
La carta pesante, raffinata. Le scritte tutte svolazzi. Era una partecipazione di matrimonio. Il suo matrimonio. Alle sei del pomeriggio. Cena. Danze. La celebrazione di un amore. RSVP. M'incamminai verso la cucina, aggirando il bidone della raccolta differenziata della carta, e deposi sia la busta sia il biglietto dorato nella spazzatura, sopra un contenitore di noodles al pollo ammuffiti.
Mentre scorrevo il resto della posta, lasciai cadere una rivista e, quando mi abbassai per raccoglierla, vidi la cartolina di Bee, che si era nascosta tra le pagine del New Yorker. Raffigurava un traghetto, bianco con finiture verdi, che entrava nel porto, l'Eagle Harbor. La girai e lessi:
Emily, l'isola sa come richiamare a sé le persone al momento giusto.
Torna a casa. Mi sei mancata, cara.
Con tutto il mio affetto,
BEE
Strinsi la cartolina al petto e trassi un profondo sospiro.


Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono

giovedì 28 novembre 2013

Recensione: Una parte di me di Lisa Renee Jones

Buon pomeriggio amici lettori,
oggi vi parlerò del seguito di Se fosse te di Lisa Renee Jones, Una parte di me. Il secondo volume della  nuova trilogia erotica,  The Inside Out Trilogy, edita da Mondadori da quest'anno. Le pubblicazioni sono molto vicine tra loro, infatti, il primo volume è stato pubblicato a Ottobre, il secondo a Novembre e l'ultimo sarà in tutte le librerie a partire dal 3 Dicembre.
QUI, potete trovare il primo capito del romanzo.






Titolo: Una parte di me
Autore: Lisa Renee Jones
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Traduttore: Albanese T.
N. pagine: 292
Genere: narrativa erotica







Trama:
Sara McMillan, giovane insegnante appassionata d'arte, dopo essersi imbattuta per caso nei diari segreti di Rebecca ed essersi messa sulle sue tracce - dato che la ragazza apparentemente è scomparsa - si ritrova in bilico tra la sua vita passata e quella presente. Nel tentativo di scoprire qualcosa in più su questo mistero, Sara ha preso il posto di Rebecca nella galleria d'arte dove la ragazza lavorava, ma da quel momento la sua esistenza è irrimediabilmente cambiata. L'incontro con l'artista Chris Merit l'ha sconvolta: si è perdutamente innamorata di quell'uomo carismatico, tormentato e pieno di segreti, il "principe oscuro" che le sta facendo scoprire una sessualità tutta nuova e conturbante, ma ancora non è sicura di potersi fidare fino in fondo di lui. Enigmatico, sfrontato e arrogante è invece Mark Compton, il proprietario della galleria e, come tale, suo nuovo datore di lavoro: spesso Mark le rende la vita impossibile, però Sara non può nascondere che c'è qualcosa in lui che la turba e insieme la intriga. Ma, soprattutto, Sara non ha ancora capito che tipo di legame c; sia tra i due uomini, e più volte ha avuto l'impressione di trovarsi al centro del loro braccio di ferro, di essere la posta in gioco nella loro lotta di potere. Anche la lettura dei diari continua a confonderla: non ha il coraggio di ammetterlo, ma le fantasie erotiche descritte da Rebecca la eccitano e contribuiscono a far emergere un lato della sua natura che finora aveva ignorato.

Recensione:

Il volume precedente si concludeva lasciando il lettore sulle spine, per spingere sulla sua curiosità e fargli continuare la lettura della saga. Di fatto l'ultima scena del romanzo vedeva Sara in un magazzino, dove si trova il box di Rebecca, per cercare indizi per rintracciarla, quando a un certo punto vi è un corto circuito che fa saltare la corrente e Sara inizia a sentire dei passi che si avvicinano. Qualcuno è con lei nel magazzino e vuole qualcosa, ma chi? Che cosa? Questo verrà svelato in questo romanzo insieme al mistero che sembra celarsi dietro alla scomparsa di Rebecca. Devo ammettere che il tutto, come al solito, si sviluppa e si conclude nelle ultime pagine, lasciando molto spazio alla relazione istauratasi tra Sara e Chris Merit, il suo artista brillante, favoloso e sofferente.
Sara ha paura delle conseguenze che potrebbero presentarsi se lei si affidasse a lui, un uomo che di certo la ferirà e forse la distruggerà. La sua insicurezza risale anche al fatto che pensa di non essere abbastanza per Chris: non riesce a concepire come quell'uomo famoso e di talento possa desiderare e amare una scialba insegnante come lei.
In questo secondo volume viene lasciato un po' più di spazio a Mark Compton, proprietario della galleria in cui Sara ora lavora, al posto di Rebecca, e della "fossa dei leoni", un club esclusivo. Frequentato dagli amanti del boundage e dal sadomaso. Sara si accorge fin da subito che tra i due in passato è accaduto qualcosa , non ha dubbi che questo bruci ancora molto ad entrambi, e che una volta sono stati amici. Merit inoltre è convinto che dietro alla figura dominante, sexy, autoritaria e misteriosa, descritta nei romanzi di Rebecca, ci sia Mark.

Un uomo che pensa che le pretese di amore complichino le cose e spingano le persone a comportarsi in modo irrazionale. Dice che l'amore non esiste, ci sono solo diverse gradazioni di desiderio.

La causa dell'allontanamento dei due uomini, a mio avviso, è davvero una cavolata e non vedo il motivo perché Chris, ogni volta che Sara cerca di estrapolargli qualche informazione, si irrigidisca e cambi discorso. Anche l'enigma che rappresenta la scomparsa di Rebecca è più semplice e meno sviluppato e intricato di quanto mi aspettassi ma, ancora una volta Lisa Renee Jones lascia in sospeso un altro mistero da svelare. Che fine ha fatto
Ella Ferguson, amica e vicina di casa di Sara? Perchè il suo cellulare è sempre irrangiungibile? E che ne sarà della storia istauratasi tra Chris e Sara, dopo la partenza di lui per Parigi?
Se n'è andato, con la conferma di quello che ho sempre intuito. In lui c'è più sofferenza di quanto possa immaginare, altri segreti da rivelare. Mi ha lasciato un altro dei suoi enigmi, e ho poche ore per trovare le soluzione. Senza conoscere i segreti che custodisce, sono pronta a correre il rischio di andare con lui?

Il volume avrebbe dovuto lasciare più spazio a Chris, alla conoscenza del suo passato e degli scheletri che si porta nell'armadio ma, l'unica cosa che viene approfondita è a il suo attaccamento nei confronti di Dylan, un ragazzino malato di leucemia, simpatico, amichevole e intelligente.

Dylan e Chris sostituiscono entrambi un orrore con un altro. Dylan usa i film e i mostri per combattere il cancro, e Chris usa il dolore per combattere il dolore.


Sembra che l'autrice voglia puntare tutto sul terzo e ultimo romanzo della saga per lasciare, forse un lieto fine ai lettori e rivelarci man mano i vari enigmi. Sicuramente questo romanzo non è all'altezza del primo. Lascia troppo spazio ai rapporti intimi tra i protagonisti, cosa che nel primo romanzo non avveniva, e delude un pò le aspettative. Ma purtroppo mi ha incuriosità e voglio risposte alle varie domande che mi sono posta durante la lettura, quindi sono costretta a continuare la lettura della saga, presentandomi tempestivamente nelle librerie Mondadori il 3 Dicembre per accapparrarmi Il gioco tra di noi, sperando sia meglio del secondo volume.

Ho bisogno di protezione e ho bisogno di lui, come non ne ho mai avuto di un altro essere umano. Rendermene conto è consolante e insieme terrificante. Non so più chi sono senza Chris. Non so dove inizia lui e dove finisco io. Dice di essere mio. Dice che sono sua, ma qualsiasi cosa mi assicuri, Chris non è del tutto mio. È ancora prigioniero dei suoi demoni interiori e adesso, temo, anche dei miei.


Il mio giudizio al romanzo:


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Ultimo volume della saga


Titolo: Il Gioco Tra Di Noi
Autrice: Lisa Renee Jones
Editore: Mondadori
Pagine: 252
Uscita in Italia: 3 Dicembre 2013

Trama:

Sara McMillan, giovane ex insegnante appassionata d¿arte, dopo gli ultimi turbolenti eventi che l'hanno vista protagonista e dopo aver scoperto che cosa è successo a Rebecca, la ragazza di cui aveva cominciato a seguire le tracce imbattendosi per caso nei suoi diari segreti, ha lasciato il lavoro alla galleria.
Chris Merit, l'artista sensuale e misterioso con cui Sara ha iniziato una relazione bollente e tormentata, sta per trasferirsi a Parigi e le ha dato l'ultimatum: vuole che parta insieme a lui. Sara è confusa - dovrà lasciare San Francisco e seguire l'uomo che ama, anche se lui non le ha dato nessuna garanzia -, ma è pronta a rischiare tutto per salvare Chris, e la loro storia, dai demoni del suo passato, abbracciando anche le parti più oscure di lui.
Inoltre, è convinta che stare a Parigi le permetterà finalmente di trovare Ella, la sua migliore amica, che è volata nella capitale francese con un uomo appena conosciuto e di cui non ha più notizie da mesi. Sara, ancora ossessionata dalla vicenda di Rebecca, teme che Ella sia rimasta intrappolata in un gioco più grande di lei ed è decisa ad andare fino in fondo per scoprirlo...
Dove la condurrà questo salto nel vuoto? E chi è davvero Amber, la bella ed enigmatica tatuatrice che sembra conoscere tutti i segreti di Chris e condivide con lui un passato ambiguo?


The Inside Out Trilogy:

1. Se Fossi Te, Ottobre 2013

2. Una Parte Di Me, Novembre 2013

3. Il Gioco Tra Di Noi, Dicembre 2013

Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono

WWW...Wednesday #2


Ciao amici lettori di Bookcret,
sappiamo che la WWW... Wednesday è una rubrica del mercoledì ma, abbiamo dovuto slittare tutte le rubriche di un giorno.  Dovete scusarci ma,  dalla settimana prossima ci impegneremo ad essere più rigorose nella pubblicazione dei vari post. E ora arriviamo a l'ennesima rubrica settimanale, ideata dal blog Should be Reading, che consiste nel rispondere a tre domande principali, a cui noi di Bookcret ne abbiamo aggiunta una. Per noi molto importante.
Quindi, sperando che la rubrica vi piaccia, vi proponiamo il nostro WWW...Wednesday! A presto e buona lettura.

» Le risposte di Pamela

 

1. Quale libro avete appena finito di leggere? Ho appena finito di leggere Beautiful Bastard di Christina Lauren, del quale tra poco scriverò la recensione.
2. Quale libro state leggendo attualmente? Il nostro infinito momento di Lauren Myracle.
3. Quale libro avete in mente di leggere? La mia risposta rimane invariata da quella dell'altra volta, sempre "The Returned" di Jason Mott.
4. Consigliereste ai nostri amici lettori di leggere il libro/i libri che avete appena concluso? Dipende se piace il genere erotico, ma tutto sommato è sempre una lettura leggera e piacevole da fare! (: 


» Le risposte di Ilaria



1. Quale libro avete appena finito di leggere? Neve a primavera di Sara Jio (recensione qui) e Una parte di me di Lisa Renee Jones (recensione qui).
2. Quale libro state leggendo attualmente? Il diario di velluto cremisi di Sara Jio (Trama qui)
3. Quale libro avete in mente di leggere? Come al solito la mia lista di libri da leggere è immensa, e non so mai da quale partire.  Ma Pam ieri mi ha incuriosita pubblicando, nella rubrica innamorati delle copertine # 3,  la copertina di Matrimonio a sorpresa di James Patterson. Sono andata a leggere la trama e il racconto mi ispira molto, quindi penso che a breve ne inizierò la lettura.
4. Consigliereste ai nostri amici lettori di leggere il libro/i libri che avete appena concluso? Si e no. Neve a primavera è un romanzo sensazionale, bellissimo e dolcissimo. L'ho amato con tutta me stessa, quindi devo per forza consigliarlo a tutte. Una parte di me, il secondo volume della nuova trilogia erotica edita dalla Mondadori, mi ha un po' delusa. Pertanto non mi sento di consigliarlo ma, per chi avesse già iniziato la lettura della saga, deve assolutamente leggerlo per trovare risposte alle proprie domande e scoprire quale segreto si cela dietro alla scomparsa di Rebecca.

 ***

Ora fateci sapere i vostri WWW... Wednesday! Li aspettiamo!


Pamela e Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono 

mercoledì 27 novembre 2013

Innamorati delle copertine #3


Buona sera amici di Bookcret,
come state? Spero meglio di me. Tra trasloco e ora otto ore di lavoro, torno a casa stanca morta e non ho più tempo per fare niente. Ieri era il primo giorno di lavoro e a causa di questa stanchezza infinita non sono riuscita a pubblicare la mia rubrica preferita "Innamorati delle copertine", e quindi rimedio stasera! Spero che le copertine vi piacciano e che mi facciate sapere quali sono le vostre, affinchè io possa anche infilarle nel post della prossima settimana, ovviamente citandovi! A presto, buona serata e buona lettura.



» Copertine di libri già pubblicati «


Come into my Wonderland - Isabel C. Alley
Blue - Kerstin Gier
























» Copertine di libri pubblicati di recente «




      (Pubblicato da poco in Italia)                                   (Pubblicato da poco negli USA)
Matrimonio a sorpresa - James Patterson
Kinetic - S.k.Anthony
























» Copertine di libri non ancora pubblicati « (ma già usciti negli USA)


Endless - Amanda Gray
Christmas at Claridges - Karen Swan

























Ora è arrivato il vostro turno di dirci quale categoria di copertine vi è piaciuta di più, oppure dirci anche solo quale tra le sei cover di questi meravigliosi libri vi attirerebbe talmente tanto da comprare il libro! Siamo curiosissime di saperlo e allora perchè non commentare? Vi auguro come sempre buona lettura e spero di ricevere tanti commenti!



Pamela di
Bookcret, quello che i libri non dicono

Assaggi di lettura: Una parte di me di Lisa Renee Jones


Salve a tutti lettori di Bookcret,
oggi vorrei lasciarvi un altro assaggio di lettura, di un libro che recensirò a breve. Se riesco anche domani. Il romanzo appartiene alla saga erotica, Inside Out Trilogy, edita da Mondadori da quest'anno. Il volume si intitola Una parte di me di Lisa Renee Jones, ed è il secondo romanzo della saga. Per ragioni di spazio e lunghezza del post mi trovo meglio a pubblicare recensione e  primo capitolo su due post differenti, che in seguito saranno correlati. Abbiamo deciso da poco di inserire insieme alla recensione un breve scritto tratto da libro per far si che possiate farvi un'idea tutta vostra del romanzo e decidere, se intraprenderne la lettura o meno.




Titolo: Una parte di me
Autore: Lisa Renee Jones
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Traduttore: Albanese T.
N. pagine: 292




I Capitolo:

Diario 8, brano 1
Venerdì, 27 aprile 2012
Ero immersa nel buio, un’assenza totale di luce che mi faceva tremare da capo a piedi. Anzi, non era il buio a farmi tremare. Era lui. Pur non vedendolo, sentivo la sua presenza. Oh, sì, lo sentivo eccome. In ogni cellula del mio corpo, in ogni terminazione nervosa. Mi braccava. Reclamava il mio possesso, anche se non mi aveva ancora toccata. Io ero alla sua mercé, nuda e in ginocchio, al centro di un morbido tappeto di lana. Lacci stretti mi tenevano i polpacci attaccati alle cosce, mentre un’altra serie di lacci mi legava il petto, costringendomi le braccia dietro la schiena. Era un dolore agrodolce, erotico, e anche se mi sentivo esposta e vulnerabile, ormai ho capito che queste situazioni mi eccitano come non avrei mai creduto possibile. È davvero assurdo che sia terrorizzata all’idea dei limiti che ogni volta mi farà superare e al tempo stesso frema di eccitazione. Ma ero spaventata mentre stavo inginocchiata lì, al buio. Spaventata dallo scarso controllo sulle mie stesse reazioni fisiche, dal fatto che lui avesse il controllo di tutto, e io di niente. E da quanto sentissi la necessità del suo potere su di me. Adesso, mentre scrivo, non riconosco quella parte di me, ma quando sono con lui divento la persona che vuole farmi essere. Divento la sua schiava volenterosa, anche se ormai so di essere solo una comparsa nei suoi giochi. Lui non mi apparterrà mai come io appartengo a lui. Non lo dominerò mai come lui fa con me. Io rispetto le sue regole senza mai sapere come cambieranno, o chi farà parte del nuovo gioco in cui si è trasformato ognuno dei nostri incontri. E ieri sera, quando un faro di colpo si è acceso su di me, quando lui è uscito dal buio per pararmisi davanti, l’uomo che aveva di fianco mi ha fatto sussultare. Lo detesto, e lui lo sa, eppure l’ha invitato a spartirmi con lui. Avrei voluto protestare. Avrei dovuto protestare. Ma lì, in quella stanza, non ero Rebecca. Ero solo sua. A volte, nella luce del mattino, quando lui non può toccarmi, quando siamo lontani, penso di voler solo essere me stessa, essere di nuovo Rebecca. L’unico problema è che non ricordo più chi sono veramente. Non sono più certa di conoscermi. Chi è Rebecca Mason?


1


Mi sento soffocare nel buio pesto creato dall’inattesa interruzione della corrente nel magazzino in cui mi trovo alla ricerca di indizi per rintracciare Rebecca. Mi sembra di essere piombata in un film dell’orrore, di quelli che odio con tutto il cuore, e subito mi immagino nei panni della ragazza che fa tutte le mosse sbagliate e finisce massacrata. Io, Sara McMillan, sono una persona razionale, e devo liquidare queste paure assurde. Questo è solo uno degli sporadici blackout che San Francisco ha dovuto affrontare negli ultimi mesi, e la cosa peggiore che mi può capitare è che salti fuori un topo.
Ma non è forse quello che pensa anche la ragazza del film poco prima di venire uccisa? “È solo saltata la corrente. È solo un topo.” È già stata una mossa stupida venire qui da sola così tardi, dunque cerco di non farne altre. Dall’incontro precedente, so che l’addetto del deposito è un tipo che fa venire i brividi, ma tento di scacciare quel pensiero. Sono stata troppo ansiosa di fare qualcosa per trovare Rebecca, e troppo ansiosa di distrarmi dal silenzio di Chris dopo lo scambio di SMS di stamattina, quando gli ho confessato che sentivo la sua mancanza. Temo che questa gita fuori città per un evento di beneficenza gli abbia dato il tempo di capire che lui, invece, non sente la mia. D’altra parte, ieri sera ha avuto il coraggio di svelarmi uno dei suoi segreti più torbidi, e io ho fatto proprio quello che aveva previsto, quello che avevo giurato di non fare: l’ho respinto. “Sono scappata” aggiungo tra me, pensando alle parole che Chris aveva usato più volte prevedendo il mio comportamento.
Un altro tonfo infrange il lugubre silenzio e sono ufficialmente terrorizzata da qualcosa di più spaventoso del silenzio di Chris. Mi sforzo di identificare quel suono, invano. Devo ammetterlo, sono stata proprio una cretina a venire qui da sola. E anche se mi piace pensare di non comportarmi spesso da stupida, questo episodio è la dimostrazione che, quando succede, faccio le cose in grande.
Non oso muovermi, tantomeno respirare, eppure so che gli ansimi rochi e soffocati che sento sono i miei. Mi impongo di non fare rumore, ma non funziona. Ho una stretta al petto, e stento a far entrare l’aria nei polmoni. Ho bisogno d’aria. Ne ho un bisogno disperato. Penso che sto andando in iperventilazione. Sì, deve essere così. Ricordo una sensazione identica, come di essere fuori dal mio corpo, quando cinque anni fa un medico uscì dalla stanza d’ospedale di mia madre per annunciarmi la sua
morte. Pur se consapevole di ciò che mi sta succedendo, continuo ad ansimare come una pazza. Non c’è dubbio che in questo modo tradirò la mia presenza, e non è possibile che non sia in grado di controllarmi.
A un certo punto mi ritrovo in piedi, ma non ho memoria di essermi alzata. Dalle mani mi cadono dei fogli che non ricordavo di aver preso. Il panico monta dentro di me suggerendomi di urlare e scappare. La sensazione è così forte e reale che faccio un passo in avanti, ma un altro rumore mi blocca. Il mio sguardo corre verso la porta, dove non vedo che oscurità. Nient’altro che questo buco buio e profondo che minaccia di inghiottirmi. Un altro tonfo. Che razza di suono è? Ancora un altro rumore, che sembra un passo strascicato, rimbomba più vicino alla porta. Sento una scarica di adrenalina, non mi soffermo a pensare, agisco.
Attraverso la stanza sfrecciando in una direzione che mi sembra libera da ostacoli. Porta, porta, porta! Mi serve la porta. Dov’è quella maledetta porta? Le mie dita continuano ad annaspare nel vuoto, finché non sento il freddo acciaio e riesco a chiuderla con un colpo secco, prima di esalare un sospiro di sollievo. Spingo i palmi contro la superficie. E adesso? E adesso?! Devo girare la chiave. Peccato che sia impossibile. La cruda realtà mi frana addosso. La serratura è fuori e, mio Dio, chiunque sia in corridoio potrebbe chiudermi dentro. A meno che... e se nel frattempo la persona di cui avevo percepito la presenza nel corridoio fosse riuscita a entrare?
Questo pensiero terrificante mi spinge a girarmi e ad appiattirmi contro la porta. Ricordo che ho il telefono nella tasca della giacca e lo cerco a tentoni. Non vedo niente. E, a quanto pare, non riesco nemmeno a essere lucida. Perché non ho pensato prima al telefono? Lo prendo, ma mi scivola e cade a terra. Trafelata, mi butto in ginocchio per cercarlo, grazie al cielo le mie mani tastano la sua plastica scivolosa, ma per l’agitazione non riesco a sbloccare la tastiera.
Mi rialzo, temendo di essere pugnalata a morte mentre cerco di comporre il numero, e stavolta niente fermerà la mia fuga. Correre potrebbe essere un’altra mossa idiota, ma a questo punto anche non farlo sembra poco intelligente. Riapro il box e davanti a me c’è solo oscurità, ma non importa. Mi metto a correre, pregando di non andare a sbattere contro la persona che è qui dentro con me e di non inciampare in questo buco nero. Voglio solo uscire di qui. Fuori. Fuori. Fuori. Non riesco a pensare ad altro. È questo che mi spinge in avanti, dritta verso l’uscita. Sono in preda a un’esplosione di paura e di adrenalina che ha sfaldato ogni pensiero logico e razionale su cui potevo contare qualche attimo fa.
Cerco la luce della strada, ma la porta d’ingresso ora è chiusa, e la colpisco con una forza che mi fa sbattere i denti. Mi sono morsa la lingua e sento in bocca il sapore ferroso del sangue, ma questo non frena la mia fuga. Cerco a tastoni la maniglia ed esalo un sospiro di sollievo quando questa cede e la porta si apre.
In un nanosecondo sono fuori, la luce fioca dei lampioni e la fresca aria serale di San Francisco sono una manna dal cielo dopo quel buio soffocante. Schizzo verso la mia

auto, ogni muscolo in tensione. Ho il terrore di avere qualcuno alle calcagna ma non voglio sprecare secondi preziosi per verificarlo. Stringo in mano le chiavi fino a conficcarmele nella pelle del palmo Cerco freneticamente il telecomando per aprire la portiera. Il tempo sembra sospeso mentre lotto contro l’impulso di girarmi. Salgo a bordo.
Certa che qualcuno stia per colpirmi alla schiena, chiudo la portiera e faccio scattare la sicura. Fuori dal finestrino non vedo nessuno, ma mi aspetto di sentire da un momento all’altro un rumore di vetri infranti. Le mie mani tremano così tanto che con una devo tenere ferma l’altra per inserire la chiave nell’accensione. Quando finalmente ci riesco, metto in moto e inserisco la retromarcia. Gli pneumatici stridono e il mio cuore rimbomba. Metto la prima poi inchiodo di colpo e la brusca frenata mi fa balzare in avanti. Il suono del mio respiro pesante riempie l’inquietante silenzio dell’abitacolo mentre fisso la porta aperta dell’edificio, senza vedere niente di spaventoso o spettacolare. È solo che... È questo posto. Ci sono solamente io, non sembra esserci nessun altro in circolazione.
Non importa. Più resto seduta qui, più mi sento esposta, vulnerabile, un bersaglio. Premo il pedale dell’acceleratore. Devo uscire da questo parcheggio, subito.
Sono diretta verso la superstrada, le mani strette sul volante, quando mi rendo conto che il box è rimasto aperto. Ho dimenticato di chiuderlo e ora me ne sto andando. Entro in una stazione di servizio e fermo la macchina. Resto lì seduta. Forse per un minuto, due, dieci. Non saprei dirlo. Non riesco a formulare pensieri coerenti. Lascio cadere la testa sul volante e tento di concentrarmi. Il deposito. I segreti di Rebecca, la sua vita. La sua morte. Alzo la testa di scatto. No. Non è morta. Non è morta... eppure, dentro di me so che in quel box c’è un suo segreto che qualcuno vuole impedirmi di scoprire.
«Devo tornare a chiuderlo» mormoro. Potrei chiamare la polizia e farmi accompagnare. Certo non mi arresteranno perché ho paura del buio. Magari scoppieranno a ridere, magari saranno infastiditi, ma stavolta non intendo correre rischi.
Il mio telefono squilla dal sedile, dove non ricordavo di averlo gettato, facendomi sussultare. “Santo cielo” mi rimprovero “ripigliati, Sara.”
Lancio un’occhiata al numero. Chris. Il petto mi brucia per l’emozione. Tra noi ci sono tante cose che non vanno, e altrettante sono le ragioni per cui non dovremmo stare insieme. Eppure, nonostante questo, o forse proprio per questo, non ho mai avuto così bisogno di sentire la voce di qualcuno in tutta la mia vita.
«Sara» mormora quando rispondo, e il mio nome è una nota vellutata di perfezione virile che colma il vuoto profondo della mia anima come solo lui è in grado di fare.
«Chris.» Mi trema la voce perché, mio malgrado, ho le lacrime agli occhi. Come sono passata dal vivere gli ultimi anni senza farmi toccare da nulla, all’esatto contrario nel giro di pochi giorni? «Vorrei... vorrei che fossi qui.»

«Ci sono, piccola» dice, e io credo, o forse spero, di sentire una traccia di commozione nelle sue parole. «Sono davanti alla tua porta. Vieni ad aprire.»
Sbatto le palpebre, confusa. «Pensavo che fossi a Los Angeles per l’evento di beneficenza.»
«Infatti, e domattina devo tornarci, ma avevo bisogno di vederti. Fammi entrare.»
Sono sconvolta. Ho rimuginato sul suo silenzio per tutto il giorno. Temevo che volesse tagliarmi fuori, come ho fatto io con lui ieri sera. «Sei tornato solo per vedermi?»
«Sì. Sono tornato solo per vederti.» Sembra avere un’esitazione. «Hai intenzione di lasciarmi fuori?»
L’emozione che cerco di reprimere mi scoppia dentro, e il bruciore agli occhi minaccia di trasformarsi in una crisi di pianto. È tornato per vedermi, ha preso un volo, si è fatto in quattro nonostante la mia reazione alla sua confessione di ieri sera, al club. «Non sono a casa.» La mia voce è quasi impercettibile. «Non ci sono, ma voglio tornarci. Potresti venire qui, per favore?»
«Qui dove?» chiede lui, con un’apprensione simile a quella che sento io.
«A pochi isolati di distanza. In una stazione di servizio vicino al deposito di cui ti ho parlato.» Non riesco a pronunciare il nome di Rebecca, non so perché.
«Arrivo subito.»
Sto per dargli le indicazioni, ma ha già riattaccato.


Ilaria di
Bookcret, quello che i libri non dicono